Avete mai pensato a come sono strutturati i film di animazione? Io lo sto notando in questo periodo perché mia figlia comincia a vederli. I momenti di difficoltà, di tristezza sono finalizzati al “vissero felici e contenti” finale. Belle, Aurora, Semola, Mike e Sullivan, Coraline…non si sognano neanche di vivere una vita nella malinconia. Per loro le difficoltà non sono altro che una sfida, un ostacolo da affrontare, per ritrovare la serenità perduta. Questa struttura, ripescando le mie conoscenze scolastiche, ricorda quella del romanzo greco. Ma non è questo il punto.

Per i nostri figli desideriamo il meglio e non ci verrebbe mai in mente di piazzarli davanti a un telegiornale. Scegliamo per loro storie felici, che mostrino sì la realtà e la difficoltà della vita, ma che mettano in risalto le capacità del personaggio di affrontarle e superarle. Perché la condizione naturale dell’essere umano (e non solo dei bambini) è la felicità. E quando questa non c’è, è giusto che l’interessato si preoccupi di recuperarla!

In questi giorni sto facendo una serie di osservazioni terra terra. Lo dico non per sminuire la profondità dei pensieri che ho fatto, né tantomeno togliere valore a chi, prima di me, è giunto alle stesse (illuminanti!) osservazioni, ma solo perché partono da cose semplici, dalla mia quotidianità.

Da qualche mese il nostro televisore è definitivamente morto. Poco male – aggiungo – dato che lo guardava solo nostra figlia e mia madre quando viene a trovarci.

Sono diversi anni che, di comune accordo con mio marito, abbiamo scelto di non guardare più televisione. La scelta, ovviamente, non è stata fredda e programmata, come potrebbe sembrare dalle mie parole, ma la conseguenza naturale di un cambiamento in atto.

Ci capita spesso di ricevere a casa telefonate da una nota compagnia fornitrice di servizi televisivi via satellite, che ci propone il nuovo fantastico pacchetto di programmi e film all inclusive. In genere interrompo la persona che mi sta parlando in modo gentile, dicendole:

– Non voglio farle perdere altro tempo, le dico che noi non abbiamo neanche il televisore.

La reazione dall’altro capo del telefono, rispetta tutti i migliori tempi comici e, dopo un’adeguata pausa riflessiva, il venditore riparte alla carica:

– Signora, non c’è nessun problema, perché se lei aggiunge solo tot euro al mese, avrà in regalo un fantastico televisore lcd…

Di nuovo interrompo sorridendo (e non deridendo).

– Lei forse ha capito male, noi abbiamo scelto di non avere il televisore, perché non ci piace guardare la tv.

Reazione immediata:

– E che cosa fate se non guardate la tv?

Al di là della comicità dell’accaduto e senza voler giudicare le abitudini di nessuno, mi permetto di osservare la cosa dal punto di vista privilegiato concessomi dalla scrittura.

Proviamo emozioni in base alle esperienze che viviamo. Documentandomi ho scoperto che il cervello limbico, quando facciamo una nuova esperienza, produce neuropeptidi (piccole molecole che mediano o modulano la comunicazione neuronale).

In altre parole il corpo registra chimicamente l’evento, in modo tale che, alla nuova esperienza corrisponda una nuova emozione. Il cervelletto, che è la sede della memoria implicita, fissa il ricordo in quella esperienza emozionale.

Quindi, in un certo senso attraverso il nostro pensiero, le nostre convinzioni e le nostre emozioni, che si sono impresse nella memoria, condizioniamo il corpo a vivere nel passato.

È vero pure che, il corpo non distingue tra un’esperienza vissuta attraverso determinate azioni e una attraverso le immagini che ognuno di noi può crearsi nella mente.

Per lui non c’è differenza. Il cervello limbico e il cervelletto funzionano alla stessa maniera. C’è però una differenza sostanziale e cioè che quando usiamo l’immaginazione siamo i registi indisturbati della nostra esperienza.

L’immaginazione è più importante della conoscenza.

La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo.

Einstein

È possibile decidere chi si vuole essere attraverso l’immaginazione. Attivando il lobo frontale, visualizziamo ciò che vogliamo diventare. Il nostro pensiero crea quindi una nuova esperienza dalla quale il cervello limbico ricava una nuova emozione.

Infine se corpo e mente trovano un punto di incontro e collaborano, il cervelletto permette di memorizzare la nuova esperienza a livello chimico e la nostra nuova identità diventa un nuovo programma subconscio.

Il cambiamento consapevole parte da una scelta. Cambiare mentalità non vuol dire pensare di attivare il macchinoso marchingegno che ho descritto sopra. Alle volte è sufficiente (e molto più immediato) partire dalle piccole abitudini.

Come insegna il dottor Kataria, “Motion creates emotion”, (“Il movimento crea l’emozione”).

Possiamo scegliere di cambiare il nostro modo di mangiare e non necessariamente quello che mangiamo, se vogliamo dimagrire; possiamo decidere se guardare o meno determinate cose alla televisione o ai giornali, scegliendo effettivamente quello che è utile per noi e anche per le persone in difficoltà, se vogliamo migliorare la qualità della nostra vita; possiamo decidere di fare una passeggiata tutte le mattine appena svegli per essere in forma. Oppure possiamo scegliere di ridere ogni giorno da soli per qualche minuto senza nessun motivo apparente…

Perché? Perché l’insieme di queste piccole grandi abitudini è in grado di modificare in modo sostanziale la nostra vita.

Quando andavo all’università, al momento di scegliere la tesi, proposi al mio professore un argomento che desideravo trattare. Era molto ampio e non mi ero resa conto che non avevo tutti gli strumenti per affrontarlo in modo adeguato (tra le tante cose avrei dovuto conoscere la lingua giapponese).

Il mio professore mi fece capire, in modo simpatico,  che non era il caso e che secondo lui la cosa migliore per me era di “scegliere un argomento piccolo, ma difficile”.

Di fronte alla mia perplessità e alla domanda “Tipo?”, lui rispose:

– Tipo l’enjambement nella tragedia di Vittorio Alfieri.

Scoppiai a ridere… e per fortuna che la presi ridendo, perché quello divenne davvero l’argomento della mia tesi. Fu una sfida. Trovai parecchie resistenze. Ma fu anche una scoperta. E mi divertii.

Quello a cui sto girando intorno è che per cambiare serve un obiettivo preciso, che non deve essere per forza grande e complesso, come progettare la pace nel mondo. Delimitare un piccolo spazio e cominciare a scavare, per andare a fondo.

Una piccola-grande sfida, come decidere di svegliarsi tutte le mattine alle 5.30 per dedicarsi ad una propria passione, a ciò che ci fa stare bene e ci fa sentire vivi.

Non importa cosa, importa il come: come lo fai, l’impegno che ci metti è quello che conta, perché è esattamente quello che cambierà i tuoi pensieri, le tue convinzioni, il tuo carattere, le tue emozioni quindi la tua vita.

Non è nulla di trascendentale, come vedi. Basta solo cominciare e non fermarsi al primo stop che ti pone la mente: lei te lo fa passare come senso del dovere, ma sono solo scuse.  E per piccole sfide si trovano grandi scuse. E ho scoperto anche il perché, dato che ero una campionessa nel rimandare gli obiettivi che mi prefiggevo, anteponendo mille buoni motivi.

Perché è proprio apportando piccoli cambiamenti, un passo alla volta, che ti avvicini ai tuoi grandi obiettivi. Non c’è altro modo. La mente ha paura di uscire dalla zona di comfort, perché, per quanto possa darti disagio è una condizione nota e lei ci sta bene. La resistenza che incontriamo durante il nostro cammino – che sia a causa della nostra mente o di difficoltà esterne – è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno per allenare quel muscolo che ci permette di andare avanti.

Il Buddha diceva – e lo ripeté in continuazione per quarant’anni – che

si diventa qualsiasi cosa si pensa. Il pensiero determina tutto ciò

che sei. Se sei finito, dipende dal tuo punto di vista: abbandona

questa opinione e diventi infinito – Osho

Qualcuno a questo punto si domanderà: ma insomma, tu la tv non la guardi, ma con tua figlia come fai? Per fortuna esistono computer e dvd!

Scegliamo cosa farle guardare e abbiamo scoperto lo spasso dei film di animazione. Scegliamo il meglio per nostra figlia, scegliendo il meglio anche per noi.

Ho ho Ha HA

Rosalba

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