Pensando al libro di Richard mi viene in mente la parola origine. Per non sbagliare guardo il dizionario: momento iniziale o prima manifestazione di qualcosa; provenienza, punto in cui comincia qualcosa; causa, motivo; in un sistema di coordinate, punto di incontro degli assi di riferimento; in una scala di grandezza, il punto corrispondente allo zero.

 Raccolgo ciò che di suggestivo esce fuori dalle definizioni e do forma alla mia idea di origini. Le origini sono importanti nella storia di ogni essere vivente: sono una specie di condensato della tua strada. Parlano di te, ma senza essere autoreferenziali. Se le ascolti, mentre ti raccontano la tua storia, sono in grado di rivelarti quei segreti altrimenti indicibili.

Quando penso alle origini mi riferisco a quell’insieme di momenti della vita, durante i quali sei intento a risolvere problemi, anzi, ci sei proprio dentro fino al collo, che non stai lì a pensare a qualche rivelazione superiore. In quei momenti accade qualcosa, un incontro, una musica, un profumo, un libro, appunto, che ti porta in un’altra dimensione. Una specie di isola che non c’è dalla quale tu vedi la tua quotidianità sotto una luce diversa. Da quel posto vedi i “per te” dietro i problemi, dietro le gioie, dietro gli incontri graditi e sgraditi: una specie di filo rosso connette questi punti di origine o punti zero, durante i quali tu ti sei sentito al posto giusto e al momento giusto.

Ecco, queste per me sono le origini di ognuno: quella mappa che da qualsiasi altro punto di vista definiresti – per dirla come Tabucchi – “senza logica e senza costrutto”. Da lì tutti potrebbero scrivere il proprio libro, se fossimo tutti capaci. Richard lo ha fatto e il risultato è “Ho imparato a ridere”.

Madan scoppiò a ridere e mi disse: “No, non devi essere dispiaciuto. Anzi, dobbiamo ringraziare quella persona che volendo fare il furbo per racimolare qualche rupia, ha fatto un servizio incredibile”

“Quale Madan?”

“Chi c’è seduto di fronte a te in questo momento? Come sono giunto fino a qui? Come dici tu sei stato guidato nella serendipità, ma è stato grazie a questo libro che Madan Kataria questa sera è seduto qui, a casa tua. Ognuno di noi ha un compito speciale da svolgere in questa vita e anche quella persona, nonostante si sia comportata in maniera non rispettosa, è stata utile per permetterci di incontrarci e stare assieme, non credi? Tanto vale riderci su e festeggiare assieme.”

da R. Romagnoli, Ho imparato a ridere, pag. 89.

Mi hanno sempre affascinato i ponti. A dire il vero sono una specie di ossessione, perché li vedo ovunque: sono un filtro con il quale leggo le esperienze.

Il ponte di per sé è una tensione tra due estremi. Rappresenta un viaggio e un eventuale incontro con l’alterità e la diversità in un territorio neutro e di confine. Il ponte c’è anche quando è crollato, l’importante è che esistano i due punti opposti e un osservatore in grado di percepire la tensione.

Il libro di Richard è un’autobiografia, ma è allo stesso tempo una esperienza poetica, nelle cui parole chiunque può ritrovare una parte della propria vita. È proprio la tensione tra questi due estremi che garantisce una visione sdoppiata, e costringe il lettore a guardare oltre e a riconoscere nelle tracce disseminate lungo la lettura, le proprie origini.

Il viaggio che propone “Ho imparato a ridere” è all’insegna della leggerezza, del trovare il regalo dietro i momenti di crisi, del coraggio nel perseguire i propri obiettivi e soprattutto del fatto che tutto questo non è un’esclusiva di pochi ma è a disposizione di tutti coloro capaci di fare della felicità una scelta consapevole e coraggiosa in ogni momento della vita.

 La tensione tra autobiografia e poesia si fa massima nel capitolo dove Richard racconta L’incontro con Devi Amma e la scoperta del C.A.T.C.H.

 Guardandola negli occhi iniziai a piangere e mentre le lacrime sgorgavano come da un fiume in piena, lei dolcemente prese le mie mani e iniziò ad accarezzarle. Il mio pianto non era di dolore o di sofferenza. Stavo piangendo perché le sue parole erano entrate direttamente nel mio cuore, sentivo che quelle rivelazioni mi appartenevano.

da R. Romagnoli, Ho imparato a ridere, pag. 155

La parte più bella di un viaggio è il ritorno a casa, quando non siamo più come quando eravamo partiti e dentro di noi abbiamo le suggestioni dell’esperienza-altra che abbiamo appena fatto.

Per rimanere in metafora, siamo sul ponte e lo ripercorriamo a ritroso. Siamo ormai consapevoli dei rischi che il viaggio comporta, sappiamo da quale punto la vista è spettacolare, abbiamo la serenità dell’esperienza che ci permette di osservare tutto con sguardo differente.

Si torna a casa mutati, quindi nulla sarà come prima. Ma nel nostro essere e nella disparità delle sue manifestazioni riconosciamo una rassicurante identità.

“Fai ripetere questo gesto molte volte e rassicura le persone che nella loro vita andrà tutto bene. Nell’unione con Dio, simboleggiata dall’unione dei polpastrelli di queste due dita, sperimentiamo la più alta forma di amore e di unione. La vita è amore, l’amore è Dio, vivi nell’amore.”

da R. Romagnoli, Ho imparato a ridere, pag. 157

Esistono ponti e ponti. In un universo dove non c’è nulla di perfettamente dritto, ma tutto tende a curvarsi, un ponte si trasformerebbe in qualcosa di veramente strano, molto simile al Gyan mudra della Conoscenza.

Provate a immaginare i due estremi che si piegano fino ad avvicinarsi talmente tanto da sfiorarsi: sarebbe una nuova fantastica tensione. Il viaggio non è più nello spazio e il balzo tra i due opposti, ridotto al minimo, provocherebbe una sorta di implosione, liberando energia.

Ho ho Ha HA Rosalba

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