“Salve, mi chiamo Stephen Hawking, fisico, cosmologo e anche un sognatore. Sebbene non possa muovermi e devo parlare attraverso un computer, nella mia mente SONO LIBERO. Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare: guardate le stelle invece dei vostri piedi”.

Stephen-Hawking-010 Non conoscevo Stephen Hawking e per caso qualche giorno fa, proprio mentre ero nel pieno di un mio momento no, mi capita tra le mani la citazione che ho riportato. Curiosa di colmare la mia ignoranza leggo su internet qualche notizia a proposito di questo signore:

Stephen William Hawking (Oxford, 8 gennaio 1942)

è un fisico, matematico,cosmologo e astrofisico britannico, fra i più importanti e conosciuti del mondo, noto soprattutto per i suoi studi sui buchi neri e l’origine dell’universo.

Tra le sue idee più importanti vi sono la radiazione di Hawking, la teoria cosmologica sull’inizio senza confini dell’universo (denominata stato di Hartle-Hawking), la termodinamica dei buchi neri e la partecipazione all’elaborazione di numerose teorie fisiche e astronomiche con altri scienziati, come il multi universo, la formazione ed evoluzione galattica e l’inflazione cosmica, tutte teorie da lui spiegate con chiarezza e semplicità anche in numerosi testi di divulgazione scientifica per il grande pubblico.

Pur essendo condannato all’immobilità da una malattia del motoneurone, forse l’atrofia muscolare progressiva – in quanto ci sono discussioni sul fatto che sia affetto, come si è pensato per lungo tempo e come afferma lui stesso, dalla sclerosi laterale amiotrofica- ha occupato la cattedra lucasiana di matematica all’Università di Cambridge (la stessa che fu di Isaac Newton) per circa trent’anni, dal 1979 al 30 settembre 2009. Hawking è costretto dalla patologia a comunicare con un sintetizzatore vocale e la sua immagine pubblica, complice l’apparizione in molti documentari e trasmissioni televisive, è divenuta una delle icone popolari della scienza moderna, come già accaduto ad Albert Einstein.

È membro della Royal Society, della Royal Society of Arts, della Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 2009 ha ricevuto la Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza degli Stati Uniti d’America, conferitagli dal presidente Obama.

(Da Wikipedia)

Ho voluto cominciare l’articolo con qualche notizia su questo personaggio così interessante per due ragioni:

  1. per ribadire a me stessa che il caso non esiste; qualsiasi cosa io stia vivendo, in qualsiasi situazione io mi trovi, posso sempre contare sul fatto che c’è una ragione che mi ha portato a fare determinati incontri, ad essere in determinati posti piuttosto che in altri: tutto fa parte di un percorso di crescita coerente. Dunque, qualsiasi siano le mie necessità, arriverà tutto ciò di cui ho bisogno, semplicemente perché non è un caso che io sia su questa terra;
  2. per quanto disperata sia la tua situazione, non sei mai solo e unico nel tuo dolore. Guardarsi intorno aiuta a capire che c’è chi si trova in condizioni reali peggiori delle tue e sceglie di affrontare la vita con gioia e pro-positività. Ma la cosa più importante è che, guardarsi intorno, aiuta a distogliere lo sguardo da se stessi e dal lavorio incessante della mente, che spesso, quando è lasciata fare, ingigantisce i problemi.

Succede a tutti – nessuno escluso – di avere la sensazione, di tanto in tanto, di essere tornati indietro rispetto ai propri progressi.

Parlo di quella precisa sensazione, anzi, direi proprio EMOZIONE, quando, nonostante gli innumerevoli passi avanti…per colpa di quel sassolino – metaforico o reale – posto casualmente sul tuo cammino, sei rovinosamente caduto a terra.

Non deve essere per forza una caduta grave. Il più delle volte a farti sprofondare nel baratro sono le inezie…per usare un termine gentile.

Ok, ora sei lì a terra. La cosa più naturale che tu possa fare sarebbe quella di tirarti su, darti una pulita ai vestiti e proseguire…no? Eppure non è così semplice.

Mia figlia ha due anni e otto mesi: tutte le volte che cade a terra, a meno che non si tratta di qualcosa di grave, con mio marito abbiamo deciso di non aiutarla immediatamente e di permetterle di farcela da sola. Ammetto che non è sempre semplice resistere alla tentazione di correre in suo soccorso. Ma so che il nostro, è un gesto di amore e di profondo rispetto e fiducia nelle sue capacità di riuscita.

Da un po’ di tempo a questa parte ho notato che, mentre giochiamo, fa finta di cadere e di farsi male e, sempre per gioco, mettere il broncio ed esclamare: “Oh, fatta male al sederino!” , attendendo una nostra reazione. Questa immagine mi ha richiamato alla memoria quella di me a terra (emotivamente parlando) quando penso di aver fallito.

Naturale sarebbe rialzarsi, dicevamo. Eppure da una semplice caduta è possibile intrecciare una trama complessa e disarmante dal titolo “Io, povera vittima!”

Non voglio sminuire questa fase, né le cadute di nessuno. Dico solo che l’idea di scrivere questo articolo mi è venuta proprio in seguito a una caduta, una delle più goffe e stupide, quelle che si risolvono con una velocità impressionante. Eppure ci ho messo un po’ per rialzarmi…

Continuavo a ingigantire l’inezia iniziale, con occhio critico: notavo solo ed esclusivamente ciò che non andava. E questo modo di osservare piano piano ha cominciato a espandersi, come fosse una macchia d’olio, coinvolgendo tutta la mia visuale, dimenticando quasi completamente il problema dal quale ero partita.  Alla sera, nel letto, mi interrogavo sul perché mi sentissi così giù e non riuscissi ad uscire da quello stato d’animo demoralizzante, considerando che le cose, in fondo, non andavano poi così male.

Una zona di comfort non si chiama così perché è fatta per il tuo bene ultimo. No, la zona di comfort è una scelta comoda per il momento in cui la fai, che a lungo andare crea un’abitudine non sempre di comfort per te. Faccio un esempio: quando ti fa male un piede, cammini in modo tale da non gravare sul piede che ti duole. La scelta è legata ad una situazione particolare. Ma se tu continuassi a camminare, posando il piede in modo scorretto, per il resto della tua vita, quasi sicuramente tutto il corpo, a partire dalla schiena, ne subirebbe le dolorose conseguenze.

Il mio stupore per non essere capace di uscire da quel torpore negativo, cresceva proporzionalmente al mio malumore, fino a quando il mio corpo mi ha detto stop. Dolori di varia natura e irrigidimento del collo sempre più forti. Qualcosa non andava: il mio corpo mi rimproverava a gran voce. Gli atteggiamenti mentali creano le esperienze di vita, positive e negative. I nostri pensieri abitudinari, contribuiscono allo stato di benessere o di malessere del nostro corpo. Corpo Mente e Spirito sono estensioni più o meno visibili di una stessa cosa.

La malattia è l’equivalente della lezione non ancora appresa: essa ci dice che stiamo sbagliando qualcosa nei nostri atteggiamenti mentali. E a quel punto lamentarsi per il dolore, non aiuta né a guarire, né a comprendere quale sia la strada da intraprendere per ritornare in forma a tutti i livelli.

Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello stesso modo. La crisi è la migliore cosa che possa accadere a persone e interi paesi perché è proprio la crisi a portare il progresso. La creatività nasce dall’ansia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce le sue sconfitte e i suoi errori alla crisi, violenta il proprio talento e rispetta più i problemi che le soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. Lo sbaglio delle persone e dei paesi è la pigrizia nel trovare soluzioni. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. È nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora perché senza crisi qualsiasi vento è una carezza. Parlare di crisi è creare movimento; adagiarsi su di essa vuol dire esaltare il conformismo. Invece di questo, lavoriamo duro! L’unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla.

A. Einstein.

Il dolore fisico è stato per me un campanello di allarme sufficientemente forte da permettermi di uscire per pochi istanti dalla mia situazione di vittima e guardare il meccanismo che avevo azionato dal di fuori. Dopo essere caduta, invece di rialzarmi e proseguire il mio cammino, magari mettendo più attenzione laddove avevo commesso qualche errore, ho scelto di attirare l’attenzione su di me, facendo la vittima. Proprio come fa mia figlia quando, giocando, fa finta di farsi male: pensa di meritare attenzioni perché si è fatta male.

La caduta diventa un pretesto per cercare approvazione e compassione all’esterno. Ma a noi stessi in modo del tutto silenzioso stiamo dicendo altro: “Di nuovo hai dimostrato di non essere capace, hai fallito, non sei all’altezza…per lo meno qualcuno ti amerà se si renderà conto che il tuo dolore, la tua caduta, sono così gravi, così unicamente tragici da non permetterti di rialzarti da terrà, qualcuno amerà un’anima che soffre.”

E da lì comincia il dramma delle scuse: dover dimostrare quanto stiamo male! Quando sarebbe semplicissimo RIALZARSI e PROSEGUIRE.

La capacità di farla semplice o complessa è – ancora una volta – una nostra scelta. Basterebbe cambiare una manciata di parole dal discorso che ti fai in testa che cambierebbe la tua reazione.

Invece la mente fa il suo lavoro…ed è nella sua zona di comfort, quella che riconosce come nota, quindi comoda…e fa il suo lavoro: “Il tuo dolore è unico, non è come quello degli altri, quindi non sarai mai compreso da nessuno.”

Messa così sembra che non ci siano soluzioni al problema. Non è esatto. La soluzione c’è, anzi ce ne sono tante quante sei disposto a trovarne. Ce ne sono almeno quante sono le persone sul pianeta terra.

La mente non è sbagliata. E’ uno strumento che funziona per meccanismi. Se sei abituato a dare da mangiare alla mente pensieri negativi, i meccanismi che azionerai ti creeranno emozioni negative. Ma è possibile cambiare i pensieri e quindi i meccanismi e quindi le emozioni.

Se ti interessa sapere come faccio ad uscire dai miei momenti no, ti do appuntamento al prossimo articolo.

 Rosalba De Amicis

 leader ly

Annunci

2 thoughts on “La zona di comfort del vittimismo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...