Istantanea n.1

Qualche sera fa, prima di prendere sonno ho letto qualche pagina del libro che mi fa compagnia in questo periodo, Conversazioni con Dio di Walsch:

 Quindi tu vai pure avanti. Puoi domandarMi qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa. Mi impegnerò a darti una risposta. Mi servirò dell’intero universo. Perciò stai in guardia. Questo libro è ben lontano dall’essere il Mio solo mezzo. Puoi porre una domanda e poi scrivere questo libro. Ma osserva. Ascolta. Le parole della prossima canzone che sentirai. Le informazioni contenute nel prossimo articolo che leggerai. La trama del prossimo film alla proiezione del quale assisterai. La chiacchierata con la quale si sfoga la prossima persona che incontrerai. O il sussurro del fiume più vicino, dell’oceano, della brezza che di qui a un momento vorrà accarezzarti l’orecchio: tutti questi espedienti sono i Miei; tutte queste vie sono aperte per Me. Ti parlerò, se tu Mi ascolterai. Verrò a te se Mi inviterai. Ti mostrerò allora come Mi sia sempre trovato qui. Sempre.

 Istantanea n. 2

Dopo una notte quasi del tutto insonne, comincia un nuovo splendido giorno di primavera. Lo scenario che mi circonda non è quello della Pianura Padana e delle risaie della Lomellina, che da sei anni mi ospitano, ma quello più familiare dell’appennino abruzzese. L’Aquila – Aprile 2015.

Istantanea n. 3

Su whatsapp è comparso un nuovo contatto: un vecchio, caro amico che non vedo da anni. Gli scrivo per salutarlo:

  • Sono a Berlino con mia figlia – mi risponde

  • Io a L’Aquila con la mia famiglia.

  • Sarai nostalgica allora…

  • Sai che sono schifosamente positiva…vedo solo cose belle intorno a me

  • Si dice che il modo migliore di osservare un luogo sia quello di allontanarsi per poi ritornare…

Tra me e me penso che non vale solo per i luoghi, ma rispondo solo:

  • Allora sono l’osservatore perfetto!

Istantanea n. 4

Una passeggiata all’aria aperta dopo una lunga influenza. Tira vento, ma c’è un sole splendido. Sullo sfondo il cantiere di una città in rinascita. I segni del terremoto sono  ancora presenti. Eppure non riesco ad essere triste: il cielo è troppo blu e mi ricorda gli occhi sorridenti della mia bimba.

Sono nata e cresciuta a L’Aquila fino all’età di 28 anni. Per una serie di coincidenze non casuali, la notte del 6 aprile 2009 non ero nella mia città. E da allora non ci tornai più a vivere. Questa serie di eventi non casuali, mi ha permesso di poter ri-tornare nella mia città natale tutte le volte da straniera.

Passeggiando per le strade della mia città, ricordando con mio marito tutte le volte che le avevo percorse, mi sono resa conto della mia condizione da straniera a casa mia. È una specie di strana schizofrenia: è come guardare te stesso da fuori.

Da questa sensazione sono scaturite una serie di considerazioni ed emozioni. Prima tra tutte la necessità di scrivere queste parole: la necessità di comunicare con questa parte profonda di me che per una strana alchimia ho visto proiettata fuori. Ed è stato come guardarsi allo specchio, ma in un modo tutto speciale.

Ho cominciato a parlare con questa me, elencandole tutte le volte che da ragazza avevo percorso quelle strade, le case dove avevo trascorso bei momenti e che ora non esistevano più (compresa la mia), le persone che avevo incontrato e che per scelta non avevo più rivisto; quelle che avevo conosciuto e che se ne erano andate con il terremoto…

In questo mio intimo dialogare, cercavo conforto e sostegno compassionevole in quella parte di me che mostrava molta attenzione, ma che rimaneva in silenzio, imperturbabile, guardando ciò che la circondava e ascoltando ciò che avevo da dirle, con un sorriso sereno sulle labbra.

La interrogai più volte, chiedendole se non sentisse la mancanza di chi non c’era più, se fosse arrabbiata per come erano andate le cose prima e dopo il terremoto; le chiesi persino chi riteneva responsabile della tragedia che si era consumata. Rimaneva in silenzio con il solito sorriso.

Scoraggiata dall’assenza di risposta, persi le parole anche io e osservai il silenzio della mia interlocutrice. Dopo poco, molto spontaneamente è emersa una domanda: è giusto dimenticare?

E subito la risposta: NO! Ma è giusto andare avanti. Perché la vita inevitabilmente e fortunatamente lo fa.

Cosa ricordare allora?

Che non siamo esseri eterni. Che non sappiamo quando terminerà la nostra esperienza su questa terra. Che ogni giorno nuovo è un giorno in meno che possiamo godere in questa vita.

Ok, d’accordo, a caldo lo senti il dolore. Fa male perdere una o più persone care. Come è doloroso perdere casa, affetti, tutto, nel giro di qualche secondo. Ma come scegli di vedere nel tempo quanto ti è accaduto, è una tua scelta personale. Il dolore, quando non viene trasformato in qualcosa di utile, rischia di diventare l’alibi dell’inattività. La capacità di andare avanti non dipende da ciò che accade, perché l’evento di per sé non ha segno positivo o negativo. Quello glielo dai tu. Una scelta presa più o meno consapevolmente, determina la tua realtà, perché lavora al livello dei pensieri, delle emozioni e quindi delle azioni.

Scegliere di vivere a lutto per il resto dei propri giorni perché si è perso uno o entrambi i genitori o i figli è una scelta e non una reazione normale che tutti devono avere in presenza di alcune condizioni. Non voglio dire che è sbagliata. Ma nemmeno che è giusta. Posso limitarmi a dire che alcune scelte sono più utili di altre. Ma cosa è utile e soprattutto necessario non sono io a stabilirlo.

 Intelligenza non è commettere errori, ma scoprire subito il modo di trarne profitto (Brecht)

Mi sono ripromessa di parlare della mia esperienza, perché è l’unica della quale posso realmente portare testimonianza.

Aver vissuto il terremoto da lontano e da allora non vivere più a L’Aquila, mi ha permesso e mi permette, tutte le volte, di osservare i cambiamenti. È banale come discorso: la non-quotidianità mi permette di vedere le differenze in modo più accentuato e magari di scorgere i miglioramenti.

Prendere le distanze mi è utile per vedere in prospettiva il corso degli eventi passati, godere del presente ed eventualmente cominciare a proiettare immagini approssimative di ciò che sarà il futuro (senza prenderle troppo sul serio però: in fondo si tratta sempre e comunque di illusioni alle quali per definizione piace giocare).

Quasi naturalmente, grazie a questo mio punto di vista “privilegiato”, di chi è dentro una situazione, ma ne è pure fuori, ho aggiunto una stanghetta a quel meno che era davanti al terremoto, trasformandolo in +…nel mio più!

L’esperienza estrema del terremoto ha rotto una routine, senza che io l’abbia scelto. Ho avuto la possibilità di ricominciare da capo, tutto, molto. Questo vuol dire che ho di nuovo avuto la possibilità di essere creatrice della mia esistenza, soprattutto in quegli ambiti che poco mi soddisfacevano, ma che per paura o per forza di inerzia, continuavo ad accettare come uniche scelte.

È la vita stessa che te lo dice, dopo averti tolto tutto e averti lasciato l’essenziale: la tua vita.

Può essere il dono più grande o la condanna a morte. Dipende da come scegli di vederlo.

  Il principio della rana bollita

Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda, nel quale nuota tranquillamente una rana.
Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano.
Presto l’acqua diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole.
La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda, un pò più di quanto la rana non apprezzi.
La rana si scalda un pò tuttavia non si spaventa.
Adesso l’acqua è davvero troppo calda, e la rana la trova molto sgradevole.
Ma si è indebolita, e non ha la forza di reagire.
La rana non ha la forza di reagire, dunque sopporta. Sopporta e non fa nulla per salvarsi.
La temperatura sale ancora, e la rana, semplicemente, finisce morta bollita.
Ma se l’acqua fosse stata già bollente, la rana non ci si sarebbe mai immersa, avrebbe dato un forte colpo di zampa per salvarsi.
Ciò significa che quando un cambiamento viene effettuato in maniera sufficientemente lenta e graduale sfugge alla coscienza, e non suscita nessuna reazione, nessuna opposizione.

Ecco, io penso che ognuno di noi, nella propria esperienza possa trovare un evento equivalente, un terremoto – reale o metaforico – che ha messo a dura prova ciò che riteneva assodato e sicuro. E sono convinta anche che questi eventi siano i più grandi doni, quelli che permettono di rimettere in discussione i propri limiti, le proprie zone di comfort e di andare avanti. Una pentola d’acqua bollente che permette il fatidico colpo di zampa.

Rosalba De Amicis

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2 thoughts on “Rana e terremoto

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