Ti racconto cosa mi è successo qualche giorno fa. Stavo per uscire con mio marito e mia figlia. Eravamo già in enorme ritardo: chiudo il cancello e salgo in macchina. Mentre ripeto ad alta voce la scaletta delle cose che avremo dovuto fare, assistiamo ad uno strano fenomeno: le lancette del contachilometri e del contagiri sul cruscotto della macchina vanno entrambe a zero. Tutto il cruscotto si spegne, ma la macchina continuava ad andare.

Questo evento mi è tornato in mente nel momento in cui mi sono messa a scrivere l’articolo per questa settimana. Continuavo a scrivere e cancellare, scrivere e cancellare. Il vuoto totale. Un senso di malessere, come se una parte di me si rifiutasse di mettere giù qualcosa di interessante da condividere; la necessità di non fare nulla, di non sentirmi costretta, simile a quella della macchina: andare senza sapere i dettagli. Non volevo “lasciare il blog a piedi” questa settimana, sprovvisto di un mio segno di vita. Ma nello stesso tempo sentivo la necessità di rispettare il mio bisogno di smettere di guardare ciò che mi circondava e…osservare l’osservatore.

Lo fai mai tu? Puntare il dito e quindi lo sguardo non più verso il mondo esterno, ma verso quel punto di vista che si cela dietro i tuoi occhi, dietro la pelle, dietro il tuo meraviglioso corpo. Cambiare punto di osservazione: dall’oggetto al soggetto.

E mentre questa esigenza si fa sentire sempre più forte, mi imbatto in una storia che desidero qui donarti come pezzo forte dell’articolo. A me ha fatto molto riflettere. E’ un’antica parabola tramandata dai maestri spirituali dell’India

“Un commerciante indiano si recò un giorno in Africa per acquistare alcuni prodotti locali e certi animali. Mentre era nella savana vide uno stormo di pappagalli parlanti dai colori sgargianti. Decise quindi di catturare un pappagallo da tenere come animale domestico.

Tornato a casa tenne il pappagallo in una bellissima gabbia dandogli da mangiare e da bere le cose migliori allietandolo con musica e trattandolo con sincero affetto.

Due anni dopo quando il commerciante dovette far ritorno in Africa, chiese al pappagallo se aveva un messaggio per i suoi amici della savana. Il pappagallo gli chiese di riferire che era molto felice nella sua gabbia, che godeva di ogni giornata e che ricordava i suoi amici con affetto.

Giunto in Africa il commerciante riferì prontamente il messaggio ad un pappagallo che però appena ebbe finito di ascoltarlo, con le lacrime agli occhi cadde morto. Il commerciante era scioccato. Subito pensò che il pappagallo morto fosse un parente stretto del suo animale e che fosse morto per la tristezza.

Tornato in India raccontò al suo pappagallo quanto era successo, ma mentre terminava il racconto, gli occhi del suo pappagallo si riempirono di lacrime e subito dopo il suo animale cadde morto. Il commerciante era esterrefatto e imputò la morte al trauma di aver saputo ciò che era successo al suo amico nella savana. Tolse quindi l’uccello dalla gabbia e lo mise fuori. Subito il pappagallo prese il volo e si fermò su un alto ramo di un albero. Il commerciante disse:

– Allora sei vivo, perché mi hai ingannato così?

Il pappagallo rispose:

– L’uccello africano mi ha mandato un messaggio importantissimo

Il commerciante chiese:

– Quale messaggio?

E il pappagallo:

– Mi ha detto che se voglio fuggire dalla gabbia devo morire mentre sono ancora in vita”

Alla prossima 😉 Buon fine settimana

Rosalba 🙂

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