Per il mio diciottesimo compleanno avevo ricevuto dai miei compagni di classe un telefono cellulare. Come tutte le novità, non avevo occhi che per lui e dalla mattina alla sera spedivo messaggini a tutti i miei amici. Ero diventata talmente brava che facevo tutto mentre avevo in mano il telefono, persino scendere le scale a chiocciola.

Un pomeriggio accompagnavo un mio amico a dare da mangiare al suo coniglietto nano che teneva in cantina. Scendendo le scale, mentre leggevo un messaggio, misi inavvertitamente il piede nella parte stretta del gradino, facendo le restanti scale rotolando. A fermarmi fu la porta chiusa della cantina. Il mio amico, che era più avanti di me ed era già entrato in cantina, sentendo il baccano si affacciò per assicurarsi che stessi bene. Quando mi vide a terra “chiusa come una sedia a sdraio” (fu questa l’espressione colorita che usò) mentre piangevo per il dolore e le risate, non riuscì a trattenersi e, richiudendo la porta dietro di lui, scoppiò in una sonora risata.

Dall’altra parte della porta, lo pregavo di darmi una mano, dicendogli che non mi sarei offesa se avesse continuato a ridere (cosa che oltretutto stavo facendo anche io, nonostante mi fossi slogata una caviglia).

La scena fu estremamente comica: il mio amico era dispiaciuto di ridermi in faccia, ma tutte le volte che rientrava per soccorrermi e mi vedeva ridere, scoppiava a ridere anche lui. La situazione era oggettivamente divertente e la mia autoironia permetteva anche a lui di non preoccuparsi troppo del mio stato di salute.

Ti ho raccontato questo episodio per introdurti un argomento che mi sta molto a cuore: l’autoironia.

Perché spesso fatichiamo a ridere di noi stessi? Perché ci prendiamo troppo sul serio. E perché ci hanno insegnato che risate = superficialità e stupidità; serietà del viso = serietà della persona.

Ma questa equazione ha delle contraddizioni di fondo. Perché quando si tratta di prendere in giro qualcun altro, di de-riderlo, di mortificarlo, allora la risata è lo strumento più gettonato. E questo non fa altro che contribuire a mettere in cattiva luce la risata stessa e ad espropriarla delle sue caratteristiche benefiche, direi quasi miracolose.

Ormai da quasi due anni, pratico costantemente e diffondo nel mio piccolo, lo Yoga della Risata. Ne ho parlato in molti dei miei articoli e sul sito troverai diverse informazioni a riguardo.

Oggi voglio parlarti di uno dei doni che ho ricevuto dallo Yoga della Risata.

Sin da quando ero piccolina, sono sempre stata abituata a prendermi molto sul serio. Per me è stato sempre molto chiaro ciò che era bene fare e ciò che invece era male o sconveniente. A tavola non si fanno rumori di nessun genere, si mangia possibilmente a bocca chiusa; quando succede qualcosa di triste è giusto mostrare cordoglio (anche quando non ti senti veramente dispiaciuta); a scuola prendere brutti voti è male; essere rimproverato dagli insegnanti è male; non avere interesse in qualche materia è male.

Mi sforzavo di rientrare in determinati canoni e quando non ci riuscivo era una semitragedia. La vivevo come una vera e propria sconfitta. E la cosa brutta ,quando reagisci così, è che non impari dai tuoi errori e il rischio è che li ripeterai ancora in futuro (innescando una sgradevole reazione a catena).

Dall’altra parte ho avuto sempre dalla mia, una caratteristica innata: una specie di pagliaccio interiore, qualcosa che faceva sorridere gli altri e che in qualche modo mitigava i miei presunti fallimenti agli occhi del mondo. Ma non ai miei! In realtà ho odiato per molti anni anche questo mio essere buffa: secondo le mie convinzioni dell’epoca, faceva parte di quelle caratteristiche poco serie e quindi da eliminare dalla mia vita o da nascondere il più possibile.

Ma quel “buffone” usciva fuori sempre, soprattutto nelle situazioni nelle quali volevo apparire il più seria e credibile possibile (assurdo come si associno in modo del tutto arbitrario le parole nella mente: serietà = credibilità) e alla fine facevo ridere.

Nello Yoga della Risata si impara a ridere senza motivo. Questa caratteristica unica permette a chi pratica la metodologia di ridere indipendentemente dal fatto che ci sia o meno un buon motivo per farlo. Questo vuol dire che anche quando la situazione che stiamo vivendo è tragica, triste o troppo seria (tanto da farci provare sentimenti di tensione, pesantezza, tristezza) possiamo comunque alleggerire il tutto attraverso la nostra risata incondizionata, permettendo al nostro sguardo di cambiare prospettiva e osservare una situazione da un’angolazione differente, e notare, il più delle volte, che questo ci permette di affrontare il momento di difficoltà in modo più semplice e quindi risolvibile.

Questo – come più volte ho ribadito – non significa che di fronte le situazioni tragiche scoppiamo a ridere in modo isterico. Praticare costantemente Yoga della Risata aiuta ad applicare l’energia della risata ai momenti difficili e a mantenere un atteggiamento positivo di fronte le difficoltà.

Se ci pensi, il dato di fatto è che una situazione negativa non migliora se la affrontiamo con umore funereo. Può invece risolversi per il meglio, se scegliamo di affrontarla con ironia e/o autoironia.

Ecco come lo Yoga della Risata mi ha aiutato a cambiare prospettiva rispetto al mio concetto di serietà: finalmente ho compreso la funzione di quel buffone interiore che saltava fuori nelle situazioni più disperate, nelle quali avrei voluto mantenere un atteggiamento composto. Lui usciva fuori non tanto per far ridere gli altri, ma per far ridere me. E che cos’è questo se non “autoironia”?

Ironia e autoironia assumono troppo spesso un’accezione negativa, perché ricordano un modo di comunicare poco chiaro e diretto, e quindi poco funzionale.

In realtà attraverso una battuta ironica o autoironica comunichiamo in modo trasversale un qualcosa di estremamente intimo, che quasi mai saremmo disposti ad esprimere con serietà e chiarezza.

Attraverso l’autoironia, guardiamo le nostre debolezze – che il più delle volte ci pietrificano in un’imbarazzante inattività – con uno sguardo trasversale.

Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in un’immagine catturata da uno specchio.

I. Calvino, Lezioni americane

L’autoironia è un potente modo di comunicare: ridere di se stessi è un atto eroico! È una dichiarazione di libertà rispetto al passato e al futuro; è la volontà di rimanere ben saldi nel proprio presente; è una presa di consapevolezza dei propri limiti e allo stesso tempo di responsabilità sulle sorti della propria vita; a beneficiarne è la creatività e quindi la capacità di reinventare la propria esistenza, non secondo degli schemi prestabiliti, ma in base alle proprie esigenze e ai propri sogni.

Ridere di se stessi toglie potere a tutti coloro che tentano di buttarti giù, ma soprattutto toglie potere alla tua mente, la prima responsabile della tua non felicità.

Rosalba De Amicis

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