Forse finora avete creduto che le parole che usate tutti i giorni fossero solo strumenti per poter comunicare con gli altri. Questo è certamente vero, ma esse hanno anche un’altra importante funzione: contengono infatti l’elemento della vibrazione, che svolge un ruolo vitale nel grande disegno della natura.

Emoto

E’ possibile parlare di vibrazione anche per la parola scritta? Essa lo è senz’altro: vibrazione in potenza. Qualcosa di così profondo e intimo, da emergere nel silenzio della lettura.

Una sorta di forma meditativa in grado di contribuire al nostro benessere e alla creazione della nostra realtà, partendo dall’interno.

Colui che scrive ha dunque un’enorme responsabilità: le parole che sceglierà, la loro composizione saranno i pezzi di un puzzle, necessari ,a chi li riceve, per riportare in vita un’esperienza vissuta. Perché vale la pena riviverla?

Certi libri senti a pelle che hanno una credibilità diversa rispetto ad altri.  Come quando vai a teatro: alcuni attori ti convincono un po’ di più di altri. Anche se lo sai che si tratta sempre di finzione! Qualcuno finge talmente bene che ti ci fa credere. Il great pretender è colui che ti fa perdere le coordinate di ciò che è reale e ciò che è finzione, scombinandoti i punti cardinali, ti fa innamorare, ti seduce, alla lettera ti porta fuori il sentiero. E’ una specie di elastico, il grande bugiardo, e lavora per opposti: ti porta fuori di te, per il gusto di lasciarti all’improvviso e farti schizzare via, al centro della tua vera casa, l’unica dove risiede l’unico Maestro: te stesso.

Oggi voglio raccontarti la storia di un dono. Il dono è un libro destinato a me da circa sette anni. O meglio, il dono è il racconto o quello che resta di esso dopo la lettura.

A parlarmi per la prima volta di Philippe Petit è stata la mia amica Raffaella, sette anni fa, appunto.

Chi è Raffaella? Difficile dirlo in poche righe.Una cara amica. Abbiamo frequentato l’università insieme. Entrambe amiamo il teatro. O lo amavamo. O riprenderemo ad amarlo domani. Lei ha giocato a lungo a fare l’attrice. E io per qualche anno ho giocato a fare la drammaturga. Per qualche tempo i nostri giochi si sono incontrati e si sono piaciuti. E da allora, nonostante la distanza geografica, siamo in contatto.

Per me Raffaella è un filo teso, un ponte che collega parti della mia vita circondate da quella cosa meravigliosa ed essenziale che è il vuoto silenzioso delle grandi altezze.6ddc170169b94b94deec43d616b33839

“Conosci Philippe Petit?”

“No!”

“E’ un funambolo, ma non solo. In realtà è tutto ciò che si mette in testa di essere. Una delle cose più eclatanti che ha fatto è stato passeggiare su e giù su una corda tesa tra i due tetti delle Twin Towers di New York”

A quelle parole ricordo perfettamente che è seguito un brivido, come se un vento pungente mettesse in serio pericolo il mio equilibrio precario a più di 400 metri da terra.

Era evidente che Raffaella vedesse un nesso tra me e quel folle sconosciuto di nome Philippe Petit, perché nel corso degli anni me ne parlò più volte.

Avrei dovuto ricevere in regalo il suo libro l’anno scorso, ma la libreria nella quale Raffaella lo aveva ordinato, non riuscì a reperirlo in tempo per il nostro incontro. Così che il dono – o pacco bomba, come piace chiamarlo a me – è arrivato questa estate,  l’8 agosto.

TOCCARE LE NUVOLE

imagesParigi 1968. Un mal di denti galeotto. Nella sala d’attesa di un dentista, a causa di un terribile mal di denti, il diciottenne Philippe, scopre tra le riviste,quella che sarà la sua ossessione per i successivi sei anni.

Un amore? Sì, lo è. Due gemelle di 412 metri. 110 piani. Si tratta del World Trade Center di New York, più conosciuto come le Torri Gemelle: esse sorgeranno entro pochi anni e faranno il “solletico alle nuvole”. Così recita l’articolo della rivista, accanto a un disegno di ciò che saranno le torri.

Philippe si innamora di un progetto, il suo progetto che esplicita molto semplicemente tracciando una linea tra i due tetti delle torri disegnate. L’obiettivo è delineato. La preparazione del coup prenderà ogni istante dei successivi sei anni di vita di Philippe. La materia del libro è la preparazione di questo colpo.

Il sottotitolo da solo è un romanzo sotterraneo:

TRA LE TWIN TOWER I MIEI RICORDI DI FUNAMBOLO,

simile a quei fiumi esili in superficie, quasi torrenti o rigagnoli, la cui potenza si nasconde tutta nel sottosuolo, dove sono in grado di scavare mondi straordinari.

Passeggio da un capo all’altro del filo, avanti e indietro. Fisso orgoglioso l’imperscrutabile canyon, il mio impero.
Il mio destino non mi vede conquistare le più alte torri del mondo, ma piuttosto il vuoto che esse proteggono.
Questo non si può misurare.

Leggo il libro tutto d’un fiato. Mi lascio risucchiare dal ritmo febbrile e ossessivo di ciò che c’è dietro la preparazione di un grande evento.

Non mi bastano le ore del giorno. Non solo mi rifiuto di mangiare, ma comincio anche a usare la notte per riflettere. Non dormo, penso dormendo

I continui sopralluoghi clandestini sulle torri; la ricerca di complici o compagni di viaggio; la necessità di documentare il progetto, raccogliendo informazioni e dettagli appartenenti a mestieri totalmente estranei. La capacita di trasformare se stessi, quel groviglio di convinzioni limitanti, per poter raggiungere la folle idea e vederla concretizzarsi. Scontrarsi con l’impossibile che ti viene urlato da mille voci intorno a te. E scegliere comunque di andare avanti. Semplicemente perché percepisci che la tua vita altrimenti sarebbe vana e perderesti, insieme ad essa,  il senso di essere.

Ultimamente c’è anche un’altra questione che mi toglie il sonno. Cerco una soluzione, vado a caccia di ingegneri. E siccome la discordia sembra essere il passatempo di quella professione, mi aspetto di raccogliere le opinioni più diverse. Invece le risposte sono straordinariamente simili: “E’ semplice” e qui tutti si schiariscono la gola ” le torri sono state progettate per oscillare; non sarà il suo cavetto ” e qui il tono si fa tecnico-sprezzante “che glielo impedirà. Una qualche corrente violenta o un improvviso cambiamento di temperatura faranno sì che l’intera ossatura d’acciaio cominci a espandersi e contrarsi alternativamente, per via di un fenomeno chiamato oscillazione armonica. La tensione nella fune d’acciaio passerà all’istante da tre a tremila tonnellate. La struttura esploderà , e tu con lei.”

Come tramandare un’esperienza del genere? Come far rivivere a chi non c’era tutta la gamma delle emozioni di quella avventura straordinaria?

Ventisette anni dopo, invece di raccogliere i ricordi, ho rivissuto l’avventura del World Trade Center. Sono diventato ancora una volta il diciottenne, il ventiquatrenne che dimentica di mangiare, che perde il sonno, che è spaventato o euforico, che ride di se stesso.

C’è una fornita letteratura che sostiene l’importanza di scegliere i propri modelli da seguire: coloro che sono stati capaci di farci innamorare, di ispirarci o molto più semplicemente di farci perdere.

Quando hai scelto il tuo modello, il passo successivo è imitarlo, per imitarne i risultati. In questo caso la parola “imitare” non è solo metaforica, ma letterale: imitarne la postura, i movimenti, il tono di voce.

C’è un concetto illuminante alla base di qualsiasi forma di apprendimento. Il mio professore di teatro all’università lo esprimeva in questo modo:

Una cosa la puoi leggere da sinistra verso destra, ma anche da destra verso sinistra e non per questo è meno vera.

Caparezza in una sua canzone scrive e canta:

Dicono che gli arabi scrivono al contrario
Mohammed ha detto che io scrivo al contrario,
dunque ogni cosa giusta rivela il suo contrario
e se non sei d’accordo mi dispiace per te.

Nello Yoga della Risata, metodologia che pratico e insegno quotidianamente, si dice:

Porta il tuo corpo a sorridere e la mente lo seguirà

Esistono almeno due modi per apprendere. In realtà ne sono molti di più. Ma ce ne sono due contrapposti tra loro, come i due estremi di un ponte: si può apprendere qualcosa con il corpo, azionando meccanicamente i muscoli. Solo in un secondo momento saranno coinvolte la mente e le emozioni. Oppure si può agire in senso inverso, partendo dalle emozioni e risalendo al corpo.

Questo è possibile perché siamo un tutto unico e c’è uno stretto legame tra mente-cuore-corpo. Una sorta di autostrada a doppio senso.

Imitare un modello non è un semplice scimmiottare e replicare qualcosa di già esistente. E’ piuttosto un modo – per dirla con Philippe Petit – per esplorare il proprio campo di “delinquenza” artistica, ciò che ci permette di balzare fuori da uno schema replicabile e dare profondità alla propria personale danza.

La creatività è illegale, non nel senso criminale, ma come un poeta che esercita la ribellione intellettuale.

Philippe Petit

Piccola postilla. La mattina del 7 agosto 1974, Philippe Petit portò a compimento la sua impresa folle, passeggiando su un filo teso tra le due torri gemelle e costringendo New York a fermare il suo tran tran e alzare lo sguardo verso il cielo.

Terminato di scrivere l’articolo prendo di nuovo tra le mani il libro Toccare le nuvole.

Lo apro alla prima pagina, dove Raffaela ha scritto la sua dedica per me, con l’intenzione di rileggerla e chiudere in qualche modo un cerchio. La mia attenzione si ferma sulla data della dedica: 8 agosto 2016…esattamente 42 anni e un giorno dopo la promenade.

Sorrido e penso che ogni tanto è giusto chiudere i cerchi per andare avanti. Altre volte invece è necessario riaprirli, per scoprire nuovi folli progetti capaci di farti…toccare le nuvole.

Grazie Raffaella!

Rosalba

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One thought on “La creatività è delinquente

  1. Cara Rosalba, grazie a te per i cerchi che riapri… 🙂 E mi ricordi che l’esercizio fondamentale, in questo vuoto che a volte sembra circondarci, non è altro che quello di tender fili, e imparare a camminarci su. Ti ho sempre considerata una maestra in questo.
    Un grande abbraccio.

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