In questi giorni mi sto dedicando a scrivere e revisionare gli ultimi capitoli del mio libro che a breve vedrà la pubblicazione.

E’ proprio limando la mia scrittura, scegliendo le giuste parole e il modo di comporle, che ho riflettuto sulla responsabilità che, ognuno di noi al giorno d’oggi, ha nei riguardi dell’intera umanità.

I social, come i reality show, hanno dato la parola proprio a tutti. Ormai chiunque può dire la sua a proposito di un’infinità di argomenti.

Questo sicuramente ha i suoi vantaggi. Ma cosa succede quando una comunicazione avviene in modo non consapevole? E’ giusto dire sempre e comunque quello che ci passa per la testa?

Ricordo che a scuola avevo diverse compagne che si reputavano delle vere amiche perché mi dicevano sempre ciò che pensavano. Per loro questo era sintomo di autenticità. Ma alle volte il modo di dirmi la loro, portava il mio stato d’animo sotto i piedi.

Ho sempre ammirato e apprezzato quelle persone che, con umiltà e gentilezza, ti si avvicinano e interagiscono, cercando di scoprire quale sia la tua vera essenza e in base a quella si relazionano con te.

Qualcuno potrebbe lamentarsi dicendo che si tratta di un modo camaleontico o poco autentico di socializzare.

Io penso di no. E te lo dimostro semplicemente ribaltando la frittata. Quante volte avresti desiderato, in un momento di sconforto, di debolezza o al contrario, un momento di successo, di gioia estrema, che le persone che ti erano intorno partecipassero al tuo stato emotivo in sintonia? Quante volte ci sei rimasto male, perché tua moglie, tuo marito, i tuoi figli, i tuoi genitori, non solo non avevano la reazione che avresti gradito, ma sembrano quasi indifferenti a ciò che stavi vivendo?

E’ vero, quando giriamo la frittata, o il riflettore sulla nostra sensibilità ferita, tutto sembra cambiare. C’è chi addirittura, proprio perché si sente ingiustamente trattato in questi frangenti, diventa ancor più spietato quando si tratta degli altri. E in questa guerra al rialzo, non si cresce più. Anzi, non è corretto. A crescere sono quegli stati d’animo ai quali abbiamo dato le giustificazioni più assurde. Ad aumentare è quel marcio che tanto ci piace criticare.

Se mi guardo intorno, il tipo di atteggiamento prevalente è quello del puntare il dito e del lamentarsi. Qualche artista, scrittore, attore, regista, cantante, lo camuffa con la scusa della denuncia. Si denuncia un atteggiamento prevalente che non funziona.

Non ho nulla contro la denuncia. Credo che se condotta bene, dia degli ottimi risultati e sia in grado di cambiare le persone, prima di tutto colui che la conduce, permettendogli di agire in modo coerente.

Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza. Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:

– Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?

– Un momento – rispose Socrate. – Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.

– I tre setacci?

– Ma sì, – continuò Socrate. – Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?

– No… ne ho solo sentito parlare…

– Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?

– Ah no! Al contrario

– Dunque, – continuò Socrate, – vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. E’ utile che io sappia cosa mi avrebbe fatto questo amico?

– No, davvero.

– Allora, – concluse Socrate, – quello che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile; perché volevi dirmelo?

Amo molto il teatro. Durante gli anni universitari ho avuto la fortuna di assistere al lavoro privato di grandi registi e attori teatrali.

Trascorrevo giornate intere – e quando dico giornate intendo dalla mattina alle 9 alla sera alle 19, qualche volta anche di più – seduta su una sedia per lo più scomoda. Osservavo in silenzio il training, il lavoro solitario e certosino dell’attore e poi il lavoro di gruppo nel quale convergevano tutti gli elementi dello spettacolo. Avevo la possibilità di scrivere di questo lavoro e per questo mondo, scegliendo io il modo e la forma che più gradivo.

Si direbbe una gran fortuna. Ma anche la più ambita delle libertà quando non ha un rigore, una regola – seppur auto-imposta – non vale nulla. Il rischio è quello di disperdere l’energia, proprio perché incanalata male o per nulla, come potrebbe avvenire per un corso d’acqua quando non si costruiscono argini solidi.

Non voglio parlarvi troppo a lungo di cosa fu il mio apprendistato di scrittura creativa a teatro, perché è quello che farò nel mio libro.

Riprendiamo il nostro focus: la responsabilità che ognuno di noi ha nei confronti dell’umanità dal momento in cui comunica.

Imparare a comunicare in modo corretto, in armonia con ciò che è la nostra essenza e nel rispetto di chi abbiamo di fronte, è una delle cose più belle e trasformanti che esista al mondo.

Se davvero vogliamo contribuire a rendere questo pianeta un posto migliore dove vivere, occupiamoci di coloro che lo abitano. Di tutti e da tutti i punti di vista. Ad ognuno il suo, d’accordo. Non tutti sono scrittori o cantanti o artisti. Ma questa non può essere la scusa per non occuparsi del proprio modo di comunicare in famiglia, sul luogo di lavoro, con gli amici.

I numeri sicuramente contano e certamente il tipo di comunicazione di uno scrittore e di un cantante affermato deve essere particolarmente curato e avere un obiettivo chiaro, ma soprattutto un fine buono, che faccia davvero del bene a tutti coloro che entreranno in contatto con quel messaggio.

Innanzi tutto è necessario prendere consapevolezza di ogni aspetto dello strumento che si ha a disposizione, compreso l’argomento.

Una volta assistetti ad una prova in sala teatrale: un attore era andato via dal gruppo e la sua parte doveva essere interpretata da una ragazza. La parte in questione era molto violenta: sia il testo che il modo in cui quel testo veniva recitato, l’energia del corpo e la struttura stessa dell’attore che era andato via, non avevano nulla a che fare con quello della ragazza che al contrario era molto delicata, morbida, fluida.

Osservavo il disagio dell’attrice nel tentativo di replicare l’energia del suo collega. Ebbi un’illuminazione e mi permisi di fare una cosa alla quale non ero addetta. Mi avvicinai e le proposi di utilizzare un altro modo di dire quel testo. Qualcosa che fosse più nelle sue corde. Il testo era davvero atroce e violento. Insieme provammo a declamarlo come fosse la ninna nanna per un bambino. Costruimmo gli argini di una potente energia. Il risultato fu esplosivo. Ancor più di quanto lo era stato con l’attore originario.

Quello che voglio dire con questo breve aneddoto personale è che non ci rendiamo conto di quanto il nostro comunicare possa essere un’arma a doppio taglio, molto potente.

Con le parole riusciamo a lavorare sulle emozioni. Se componiamo bene parole, immagini, suoni non verbali, e utilizziamo il canale giusto, il nostro messaggio può davvero toccare il cuore delle persone al quale è indirizzato o distruggerlo irrimediabilmente.

Qualche anno fa la Telecom aveva fatto una pubblicità geniale che immagino abbia fatto pensare molti, e non solo me. Non voglio venderti nessun contratto telefonico ma ti invito a riguardare questo breve video – e con questo mi congedo da te, ringraziandoti per l’attenzione! –  perché si tratta di uno di quei giochi per l’immaginazione davvero ben fatto,  da imparare, replicare e proiettare nella propria realtà.

Rosalba

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