“Ma perché non sei mai soddisfatto? Non ti va proprio bene niente?”

Scommetto che anche tu qualche volta ti sei detto o ti sei sentito dire queste parole. Ti sei obbligato a non provare determinate emozioni perché ritenute negative. E così le hai represse, o comunque le hai tenute lì buone buone per la volta successiva, quando riemergevano con gli interessi.

Ho scoperto a mie spese come, facendo così, la mente si barrica dietro un’idea, diventando superficiale. Svende la sua utilità al prezzo di un apparente ordine.

Sono giorni ormai (per non dire mesi) che vivo le mie giornate agitata da una insoddisfazione di fondo. E più la sentivo forte e più cercavo di cambiare quello stato d’animo, proiettandomi verso l’esterno, dedicandomi a mille attività.

Il risultato era sempre brillante: sono consapevole di mettere molto impegno e dedizione in ciò che faccio. Ma il punto non era quello.

L’insoddisfazione non se ne andava. Anzi, sembrava alimentarsi di tutti quei tentativi di trasformarla in soddisfazione.

Ieri pomeriggio, dopo pranzo, avrei dovuto dedicarmi alla preparazione di un lavoro, ma non ne avevo nessuna voglia. E così sono rimasta immobile sulla sedia, guardando fuori dalla porta, verso il giardino. La casa vuota, intorno la calma silenziosa della campagna. Il sottofondo costante dei passeri, delle tortore e delle gazze. Solo di tanto in tanto questa quiete veniva interrotta dal rumore di una macchina in corsa sulla strada.

Sentivo il mio corpo in tensione, la zona del collo rigida, le mani poco rilassate. Solo dopo aver passato in rassegna le diverse parti,  mi sono resa conto di non respirare affatto come avrei dovuto. E allora l’ho fatto, ho preso un profondo respiro e mi sono rilassata. Quella calma intorno sembrava essermi entrata dalle narici. E così senza pensarci troppo, ho indossato le scarpe da giardino, ho preso un paio di guanti da lavoro e mi sono diretta verso l’aiuola delle fragole.

La guardo dall’alto del mio metro e settanta: era una giungla in miniatura. Ho rimboccato le maniche e ho cominciato a lavorare.

Una volta lessi su un libro di Coelho a proposito dell’importanza di togliere le erbacce. Non ricordo più se il racconto si riferisse ad un episodio personale dell’autore o a un dialogo tra due personaggi di un suo romanzo. Uno dei due personaggi non era d’accordo con lo strappare via le erbacce dal giardino.

Mi colpì molto la risposta dell’altro personaggio, che suonava più o meno così: quando ti prendi cura del tuo giardino, hai un progetto per esso. Vuoi piantare i fiori che più ti piacciono e comporre colori e forme secondo le regole del tuo gusto personale. Eliminare l’erbaccia non è un atto crudele perché il diffondersi della gramigna non permetterebbe a quelle piante e  a quei fiori che tu desideri far crescere, di avere lo spazio e il nutrimento necessari per farlo.

E così è anche con i pensieri – pensai mentre strappavo un fiore di tarassaco – far pulizia significa distinguere. Per farlo devo prima conoscere e riconoscere. Se non sapessi come è fatta una foglia di fragola rischierei di confonderla con quella di edera o di qualsiasi altra pianta. Alla base della pulizia, che sia del giardino o dei propri pensieri, c’è dunque una conoscenza profonda.

Qualsiasi conoscenza profonda non può essere il prodotto di nessuna scuola, nessun corso frequentato, nessuna religione. L’unica conoscenza profonda arriva dal desiderio di capire l’utilità dei singoli pensieri e quindi delle singole emozioni che si muovono dentro di te e il perché si manifestano in determinati frangenti.

Mentre ero assorta in questa attività, sentii in lontananza la campana del paese: suonava quattro rintocchi. Era trascorsa più di un’ora dall’inizio della pulizia e io non me ne ero resa conto. Era arrivato il momento di concludere e andare a prendere la mia bimba che arrivava con il pulmino.

Prima di rientrare in casa per lavarmi e cambiarmi, ho osservato l’aiuola: le piantine avevano ora lo spazio necessario per diffondersi e per fiorire. Dopo la pulizia riuscivo a vedere tanti piccoli fiorellini bianchi, pronti a esplodere in frutto.

Ero soddisfatta. Ho osservato questa sensazione di benessere fino a sera, prima di andare a letto. Era ancora lì che mi accompagnava sorridente.

In genere mi sveglio un paio di volte a notte: appena aperti gli occhi questa calma sensazione mi scrutava ancora felice. Al mio risveglio, stamattina, mi ha accolto con la sua gioia raggiante.

Allora ho tirato la mia conclusione.

Essere come il fiume che scorre
silenzioso nel cuore della notte.
Non temere le tenebre della notte.
Se nel cielo ci sono le stelle, rifletterle.
E se i cieli si coprono di nuvole,
come il fiume, le  nuvole sono acqua:
rifletterle anch’esse senza pena
nelle profondità tranquille

Manoel Bandeira

Non bisogna scappare mai dall’insoddisfazione: è preziosa! Piuttosto se ti capita di sentirti profondamente insoddisfatto, così come è capitato a me, fermati un poco ad osservare te stesso. Osserva i tuoi pensieri, lasciali scorrere senza starli a giudicare. Fai come se ti trovassi seduto sulle sponde di un fiume: guarda tutto ciò che si muove dentro l’acqua, guarda l’acqua stessa. La mente è molto simile. E proprio come puoi trarre giovamento nell’osservare lo scorrere dell’acqua, così noterai che osservando il lavoro della tua mente senza metterci il giudizio, dopo un po’ si calmerà, lasciando emergere una gioia priva di qualsiasi timore.

E’ attraverso l’insoddisfazione che si prende l’iniziativa. Ma l’iniziativa che conduce al benessere è quella di quando cominci qualcosa senza essere obbligato a farlo.

Fermati un secondo e rileggi la frase precedente. Sei insoddisfatto. E dopo aver fatto i tuoi bei tentativi di mettere a tacere la tua insoddisfazione con regalini, cibo, relazioni e quant’altro, ti fermi e osservi la mente. Improvvisamente la calma. Ti senti sereno. Quasi gioioso.

L’insoddisfazione non è svanita, ma ora è come se riuscissi a vederne le potenzialità nascoste. Comprendi come creatività e iniziativa siano strettamente collegate. E capisci che non può esserci iniziativa se non dopo una profonda, profondissima insoddisfazione.

A quel punto non è importante fare grandi cose. Pulire un’aiuola di fragole è un esempio. Come lo è piantare un albero da soli o essere spontaneamente gentili, rivolgere un sorriso a chi sta lavorando o fare una coccola ad un animale che incontri per caso. In ognuno di questi piccoli gesti c’è la scintilla dell’iniziativa che conduce alla creatività.

Ok, Rosalba, c’è insoddisfazione e insoddisfazione, dunque. Ma, alla fine della fiera ,come distinguo tra l’insoddisfazione utile e quella meno utile?

Sii totalmente insoddisfatto, ma fallo con gioia, con passione.  Lascia perdere i lamenti. Non desiderare qualcosa che non ti appartiene o che ancora non hai. L’insoddisfazione utile è quella che ti dà l’opportunità di inventare la vita come più ti piace.

Rosalba

 

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4 thoughts on “Coltiva la tua insoddisfazione

  1. Ciao Rosalba, è un periodo di insoddisfazione per me, è periodo che fisicamente e moralmente non sono in forma, ma come consigli tu,basta lamentarmi, dentro la mia mente ci sono lamentele con me stessa, sembra che peggiori solo la mia situazione.
    Queste cose ormai le so, ma sembra che questo fiume di pensieri che non mi portano a nulla sono sempre pronti a fari compagnia.
    Grazie per questo articolo
    Grazie dei tuoi consigli.
    Un abbraccio Mary

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    • Ciao Mary,
      puoi scegliere a quali pensieri vuoi dare attenzione. E inoltre agire è la migliore medicina: tieniti occupata in qualche maniera. Che sia una passeggiata, dello sport, i mestieri di casa, la spesa o qualsiasi altra cosa. Tenere in moto il corpo permette anche di avere pensieri propositivi.
      Buona vita
      Rosy

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