Poco fa ero con la mia bimba in cucina. Sul tavolo matite, pennarelli fogli e gomma da cancellare. Ho preso anche io, come lei,  un foglio e con la matita, a mano libera, ho tracciato un cerchio, con l’intento di creare un mandala. Il risultato è quello che vedi nella foto dell’articolo.

Mentre mi dedicavo a questa attività rilassante, ho permesso ai miei pensieri di comporsi liberamente, proprio come accadeva per i segni sul foglio, prima,  per la scelta dei colori, poi. Spontaneamente sono tornata alla mia infanzia.

Da bambina amavo molto ascoltare le favole. A leggermele era per lo più il mio papà. Era bravissimo a fare l’imitazione di tutti i personaggi e grazie all’ausilio delle immagini sul libro, entravo dentro le storie con gioia e semplicità.

C’era una cosa che mi lasciava affascinata: la magia di tutti quei segni per me incomprensibili che si trasformavano in suoni e racconti, in grado di rapire la mia fantasia.

Quando ero da sola, aprivo i miei libri preferiti e passavo il dito sopra quei simboli. Mi sforzavo con tutta me stessa. Ma non riuscivo a leggere (ovviamente! Ancora non sapevo farlo). Allora compensavo questa mancanza con la mia fantasia.

Fu in quel periodo che allenai molto la memoria uditiva e visiva: osservavo mio padre in ogni minimo movimento, ascoltavo ogni suono e parola, come se scattassi centinaia di istantanee. Poi quando ero sola con le mie bambole, raccontavo loro le storie così come le avevo ascoltate.

Si può dire che la mia passione per la scrittura e per il teatro nacquero quasi contemporaneamente.

Cominciai ad essere stanca delle solite favole e così presi a disegnare le mie storie. Le raccontavo ai miei peluche, alle mie barbie, disposti in fila sopra il mio letto. Inventavo nuove voci, nuovi movimenti.

Appena imparai a scrivere finalmente rilegai i miei primi volumi di favole. Tutta roba home made: fogli a quadretti, matite, colori e penne replay. La calligrafia un po’ indecisa, ma pulita e rotonda, proprio come mi aveva insegnato la mia amata maestra Licia,  accompagnava le immagini.

Con il tempo il mio pubblico cambiò: finalmente cominciò a parlare e a farmi i complimenti. Si trattava di amiche di scuola con le quali organizzavo messe in scena delle mie storie.

Questi i miei esordi da scrittrice. Una volta, durante un seminario pratico teatrale, la grande attrice dell’Odin Teatret, Julia Varley disse una cosa che mi colpì molto.

Il seminario era nell’ambito dell’Università del Teatro Eurasiano, a Caulonia, in provincia di Reggio Calabria. Quell’anno (2004) mi ero fatta coraggio e avevo deciso di mettermi in gioco e superare la mia timidezza, partecipando attivamente al seminario per attori e registi.

Non ero attrice, né regista e nemmeno avevo progettato di diventarlo. Julia parlò dell’importanza di rimanere fedele al primo mattone che si mette per la costruzione della propria casa. Il primo mattone è importante. Segna l’inizio di un percorso. E’ una sorta di monumento che ti ricorderà tutto il viaggio. E’ un simbolo. Per questo è importante.

Il primo mattone dà la direzione al tuo cammino. Questo non significa che durante il tragitto tu non possa aggiustare il tiro, scegliere di riposarti o divagare in luoghi sconosciuti.

Questo primo mattone, questa pietra angolare, di fondamentale importanza, me la sono sempre immaginata come la fucina delle proprie passioni. Quelle attività, quelle necessità di fondo che ti permettono di riconnetterti con il tuo essere divino. L’Amore, in altri termini. Ma non l’amore inteso come sentimento, emozione. Piuttosto come quella cosa che agisce insieme a noi, mentre ci dedichiamo alle nostre attività. Rimanendo nella metafora della casa, l’Amore è il capocantiere, il primo muratore, quello che conosce perfettamente il progetto finale.

Viviamo in un tipo di società che predispone sin dalla nascita l’ordine delle priorità. Non delle tue priorità. Di quelle che dovrebbero essere le priorità standard.

La scuola e la famiglia non sempre aiutano a valorizzare i talenti di ogni essere umano. Ogni bambino ha un proprio ritmo di apprendimento, ha delle predisposizioni diverse da tutto il resto della classe. Stabilire a tavolino quale sia il tempo necessario per l’apprendimento delle disequazioni fratte, significa già tagliare fuori chi invece ha bisogno di un tempo diverso per sviluppare una certa abilità.

Crescendo, le priorità prestabilite cambiano, ma la logica è sempre la stessa. Hai un lavoro? Hai uno stipendio a fine mese? Sei sposato? Convivi? Sei fedele?

La lista è interminabile.  Ma in questo elenco spesso mancano quelle domande che ti riportano dentro, ti riportano al centro di te, mettendoti in contatto con le tue reali necessità. E alle volte succede che se provi a farti queste domande, il resto del mondo ti faccia sentire inadeguato.

Mi piace credere che ognuno di noi sia venuto al mondo con un compito ben preciso. Una specie di missione da portare a termine.

La Vita, quella che circonda e abbraccia il tutto – puoi chiamarla anche Dio, Energia o Topolino, poco importa davvero – ha bisogno di ogni essere vivente per sperimentare se stessa in un’infinita molteplicità.

In ogni individualità riversa degli ingredienti ben precisi. Con quelli hai la possibilità di dare libero sfogo al tuo estro culinario. Non puoi lamentarti se non riesci a cucinare una torta favolosa. Forse non hai guardato bene: forse i tuoi ingredienti sono per un piatto salato.

E’ questo il punto: si guarda fuori! E poi si fa il paragone. Ci si sente inadeguati e ci si riduce a condurre una vita mediocre.

E’ un continuo lasciarsi sedurre.  La parola sedurre ha diversi significati e accezioni. Ma quando una cosa è particolarmente seducente, significa che distoglie lo sguardo dalla nostra attività prima, facendoci portare energia altrove. Non c’è nulla di male nel sedurre o lasciarsi sedurre. A patto che alla fine si torni al centro di sé, riportando lo sguardo alla nostra “busta della spesa”.

Come si fa a capire qual è la nostra missione? Non è semplice. Ma il sentiero è quello dell’agire secondo il proprio sentire. Le emozioni sono un’utile bussola. Se frequento persone che mi fanno star male, ho un compagno o una compagna che mi creano repulsione, faccio un lavoro che mi crea un senso di angoscia e tristezza ogni giorno, sempre di più…forse non sono proprio sul cammino giusto.

Che fare allora? Una grande verità che ho scritto a caratteri cubitali sopra la mia scrivania è: non otterrai nulla di nuovo se continui a fare quello che hai sempre fatto.

E allora esercitati a riconnetterti alle tue passioni facendo ciò che ti risuona. E’ un po’ come danzare da soli nel silenzio della propria stanza. Metti la musica che più ti piace. Chiudi gli occhi e muoviti come meglio credi. Se hai voglia canta. Permetti alla tua danza interiore di emergere e di diventare realtà non solo per te.

La cosa meravigliosa sarà scoprire che, una volta ritrovato quel ritmo, quella personale espressione, quel sapore inconfondibile che sa di te, puoi portarlo ovunque, in tutte le attività, anche in quelle che ti piacciono meno. E questo rivelerà un aspetto diverso delle cose, più gradevole. Ti accorgerai di come il tuo ritmo è in grado di armonizzarsi a quello di ogni singola individualità e donare quella vitalità, quel valore aggiunto che è tuo e basta.

A marzo scorso ho partecipato ad un workshop per trainer di Yoga della Risata, organizzato dal mio Master Richard Romagnoli,  tenuto dal Master di Laughter Yoga spagnolo, Javier Ruiz Gòmez. Il titolo del workshop era “Il ritmo della risata”.

Chi ha già sperimentato lo Yoga della Risata, sa come questa metodologia è in grado di riconnetterti all’unico tempo nel quale è possibile agire e cambiare la propria vita: il presente.

La risata incondizionata inoltre, con la leggerezza e l’allegria che la contraddistinguono, è in grado di liberare quelle emozioni che reprimiamo per diverse ragioni , permettendo di far uscire la parte più autentica di noi.

Il ritmo della risata si colloca su questa scia. Riconoscere ciò che la risata ha aiutato a tirar fuori e…provare a danzarlo, alla ricerca del proprio cammino.

Il seminario è stato molto illuminante. Mi ha ricordato un video che mi aveva mostrato qualche mese fa mio marito, Cristiano, proprio a proposito del ritmo.

Tutte le cose, tutti i lavori, tutti i rumori, sono (fatti) di ritmo

 

Siamo circondati dal ritmo. Non esiste movimento senza ritmo. E in questa danza spericolata i momenti di silenzio, di vuoto, sono essenziali per permettere ad uno stato di scivolare elegantemente nel suo potenziale.

Rosalba

 

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