Qualche giorno fa è venuta a trovarmi una mia carissima amica. Il suo nome è Laura ed è una neuro e psicomotricista dell’età evolutiva. Lavora presso una casa famiglia e fa terapie individuali ai bambini con disabilità, residenti in questa struttura.

Quando ho aperto la porta per farla accomodare, ho notato che il suo sguardo , sempre imperturbabile e rasserenante, era duro e teso nel fondo. Così le ho domandato cosa avesse che non andava. Mi ha confessato che era proprio per quel motivo che voleva vedermi.

“Ho bisogno di parlare con te del piccolo Riccardo”

Riccardo è un bambino che già da più di un anno vive nella casa famiglia dove lavora Laura. Ora ha due anni, ma quando è stato portato nella struttura aveva appena otto mesi. E’ stato tolto dalla tutela dei genitori perché non erano nelle condizioni di tenerlo.

“E quando ti dico che non erano in condizioni di prendersene cura, non parlo dal punto di vista economico…”

Riccardo  ha una paralisi cerebrale infantile e un’encefalopatia epilettica. Non sapendo minimamente di cosa si trattasse ho chiesto a Laura spiegazioni e ho scoperto che la paralisi cerebrale infantile è un disturbo di tipo neurologico, che condiziona principalmente le capacità motorie e la tonicità muscolare. Le cause vanno ricercate in un insulto al cervello, che si può verificare in determinate occasioni, quali, per esempio, un parto prematuro, un’infezione ai danni della madre o un incidente nei primi anni di vita.

L’encefalopatia epilettica è una sindrome neurologica estremamente debilitante ad evoluzione progressiva che comporta gravi crisi epilettiche intrattabili  e grave ritardo mentale.

Laura si prende cura, insieme al resto del personale della struttura, del piccolo Riccardo dal momento del suo arrivo. Negli ultimi tempi le crisi epilettiche sono aumentate e, alla ricerca di una cura migliore, una delle terapiste ha accompagnato Riccardo in questi giorni, in un’altra città, presso una struttura con medici specializzati.

Laura mi ha mostrato alcune foto con il piccolino e mi ha raccontato tanti aneddoti. Ero rimasta letteralmente senza parole al suo racconto. Lei era venuta da me per cercare conforto. Ma quella storia mi aveva profondamente commossa. L’unica cosa che potevo fare era ascoltarla e comprendere la sua preoccupazione, il suo sentirsi impotente, il suo desiderio di fare comunque qualcosa per il piccolo guerriero che sin dal momento della sua nascita era stato costretto a vivere un milione di difficoltà e complicazioni.

Dentro di me pensavo a quanto tutto ciò fosse profondamente ingiusto. Che male aveva fatto Riccardo? – mi chiedevo. Così piccolo eppure con un carico per nulla indifferente di problemi – neanche da affrontare – da vivere. E senza nemmeno l’amore di mamma e papà.

Pensavo a come può far fronte, un bambino di due anni con quei problemi…ai suoi problemi. Continuavo a vedere tutto dal mio punto di vista. E tutto mi sembrava brutto. Triste. Infelice. Senza via di scampo. Ma non potevo dire tutte queste cose a Laura.

Poi è accaduto qualcosa di molto bello. Direi quasi un miracolo o una magia. Improvvisamente il telefono con il quale Laura mi mostrava gli scatti che aveva fatto con Riccardo, prese a suonare. Sul display comparve un nome lampeggiante e Laura rispose piena di emozione:

“Ciao Silvia, inutile dirti che vi stavo pensando. Come sta Riccardino?”

Laura si avvicinò per permettermi di ascoltare. Dall’altro capo del telefono una voce di donna comunicava alla mia amica che i medici avevano visitato Riccardo e avevano cominciato subito con una nuova terapia.  Pronunciava nomi di medicinali che non saprei riportare. Poi, cambiando tono di voce, disse:

“Vuoi parlarci?”

La domanda era retorica, perché non attese la risposta di Laura. Seguì un rumore simile ad un fruscio e poi un respiro affannoso.

Silvia, la terapista che accompagnava Riccardo, incitava il bambino con voce dolce e affettuosa:

“E’ Laura al telefono. Saluta Laura…”

Laura cominciò a chiamarlo per nome e a imitare il suono della risata. Dall’altro capo del telefono, una vocina indecisa cominciò a ridere a sua volta. I miei occhi si riempirono di lacrime. Laura continuava a ridere sempre più forte. E il piccolo Riccardo rispondeva sempre più divertito. Finalmente scoppiai a ridere e a piangere contemporaneamente e mi allontanai dal telefono.

Silvia riprese la cornetta. Disse ancora qualcosa a Laura. Non ascoltai. Ero in bagno ad asciugarmi gli occhi.

Essere studenti significa apprendere in continuazione e finché si apprende non servono insegnanti, non credete? Nel momento stesso in cui si è studenti, non c’è qualcuno in particolare che possa darvi degli insegnamenti, poiché imparate da tutto. La foglia che è soffiata via dal vento, il mormorio delle acque sulla riva del fiume, il volo dell’uccello nel cielo, il povero che trasporta un carico pesante, la gente che pensa di sapere tutto della vita: s’impara da tutti, per questa ragione non c’è insegnante e non si è discepoli.
Dunque il dovere di uno studente è esclusivamente quello di imparare. Goya, in tarda età, scrisse in fondo a uno dei suoi quadri: “Sto ancora imparando”. Potete anche imparare dai libri, ma ciò non vi porterà molto lontano. Un libro vi darà solo ciò che l’autore ha da dire. L’apprendimento attraverso l’esperienza personale, invece, non ha limiti, giacché imparare in questo modo significa sapere ascoltare, sapere osservare ed è così che si impara da ogni cosa, dalla musica, da ciò che dice la gente e dal modo in cui lo dice, dalla rabbia, dall’avidità e dall’ambizione.
Questo pianeta è nostro, non appartiene ai comunisti, ai socialisti, ai capitalisti; è tanto vostro quanto mio e deve essere vissuto con felicità, in modo pieno, senza conflittualità. Ma tale pienezza di vita, questa felicità, la sensazione che la “terra sia nostra”, non è qualcosa che può essere realizzato attraverso forzature, con gli strumenti della legge. E’ qualcosa che deve venire dall’interno, grazie all’amore per la terra e per tutte le cose; in questo consiste lo stato di apprendimento.

Krishnamurti

Laura andò via dopo poco. Mi salutò abbracciandomi e ringraziandomi. Sembrava visibilmente sollevata. La cosa bella era che sentivo di non aver fatto nulla per lei, ma, al contrario, di aver ricevuto io un enorme dono.

Il mio pensiero rispetto al piccolo Riccardo era completamente mutato nel giro di pochissimi istanti, grazie al suono della sua risata. Non si trattava di un confrontarmi con una situazione problematica e sentirmi consolata e sollevata da questo paragone.

Per pochi istanti, durante la telefonata, sono riuscita a sentire l’emozione di quanto sia bella la vita così com’è. Di come tutto sia utile e della possibilità di fare esperienza in ogni istante, imparando qualcosa che elevi le nostre vibrazioni e non che riempia semplicemente le nostre menti di nozioni mnemoniche.

Ho immaginato Riccardo nel pieno della sua risata. L’ho visto totalmente indifeso. E nel fondo dell’unico stato in cui riuscivo ad immaginarlo – arreso e ridente – ho visto la sua forza di guerriero pieno di luce.

Quella sera stessa, dopo aver  dato il bacio della buonanotte a mia figlia che già dormiva rannicchiata sotto le coperte, guardando il telefono ho trovato un messaggio di Laura. Mi inviava una delle foto che mi aveva mostrato quel giorno e allegava poche righe:

“Da oggi il mio mantra è Proteggo la grazia del tuo cuore…proteggo la grazia del mio cuore

Rosalba

(immagine in evidenza: Marc Chagall, L’acrobata – particolare)

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4 thoughts on “Incontro con piccolo guerriero: la storia di Riccardo

  1. Rosalba, grazie per aver voluto condividere questa esperienza di dolore ma anche di gioia, nel momento in cui hai capito che con la vicinanza, la pazienza e l’amore si può dare anche un minimo di sollievo alle persone che vivono drammi come quello del piccolo Riccardo.

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    • Ciao Antonella e grazie a te per le tue parole. Io credo che Riccardo sia un esempio di grande forza e coraggio, di come vada affrontata la vita, indipendentemente dai dolori, dai dispiaceri. Lui ha la gioia di vivere. Non sono nessuno per poterlo dire con certezza, ma ciò che mi ha commosso profondamente è proprio la sensazione che la sua missione di vita sia quella di far comprendere a chi sta bene, a chi ha tutto – e che nonostante tutto si lamenta – che la vita è bella e va goduta proprio come una bella risata.

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  2. Grazie Rosalba per aver condiviso questa storia del piccolo Riccardo e di questa esperienza.
    Leggendo ho pianto, dovremmo affrontare la vita con semplicità e ringraziare ogni giorno la vita che viviamo.
    Grazie ancora,
    Un abbraccio Mary

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