Il primo passo per allenarsi nell’arte del dissenso è quello di non considerare normale tutto ciò che siamo abituati a fare, ad ascoltare, a mangiare, a bere, a respirare, a guardare, a frequentare…

È affascinante ripercorrere le vite dei grandi personaggi del passato per imparare da loro, non solo per quello che ci hanno lasciato in termini di libri, opere d’arte e testimonianze tangibili in genere, ma anche per il modo con cui hanno deciso di condurre le loro vite. Rimango sempre affascinata da coloro che riconoscono nel potere del dissenso uno strumento di crescita non solo personale, ma anche di tutta la comunità presente e futura. Il più delle volte questo tipo di persone non sono ben viste dai loro contemporanei. Sono piuttosto considerati come degli elementi disturbanti, dei pianta grane. In realtà il loro agire, il loro opporsi a ciò che reputano sbagliato permette di far evolvere il genere umano, non in termini di progresso tecnologico, ma in termini di sensibilità.

Abbiamo dato vita a un diramato sistema di comunicazioni mediante radio, televisione e giornali; e tuttavia la gente è disinformata e indottrinata più che informata della realtà politica e sociale. In effetti, nelle nostre opinioni e idee c’è un grado di uniformità che potrebbe spiegarsi senza difficoltà se fosse il risultato di pressioni politiche, il prodotto della paura; sta invece di fatto che tutti concordano “volontariamente”, nonostante che il nostro sistema si basi proprio sull’idea del diritto al dissenso e sulla predilezione per la diversità delle idee.

Erich Fromm

Si narra che Marco Tullio Cicerone dopo la morte di Cesare, assunse un ruolo di primo piano a livello politico. Lo stesso Bruto lo additò come colui in grado di restituire ai romani la loro libertà. Contro il suo avversario Antonio, Cicerone pronunciò alcune delle sue orazioni più violente.

Purtroppo l’alleato su cui pensava di contare – Ottaviano – fece un accordo con Antonio. E Marco Tullio si trovò costretto a ripiegare a Formia, perché inserito nelle liste di proscrizione.

Quando i sicari lo raggiunsero gli mozzarono la testa e la portarono ad Antonio, il quale, non soddisfatto chiese di tagliare anche le mani che avevano scritto le Filippiche contro di lui e di esporre tutto ai rostri. Si narra inoltre che la moglie di Antonio, Fulvia, trafisse con uno spillone per capelli la lingua di Cicerone, quella stessa che aveva parlato a lungo male del marito.
Naturalmente si trattava di gesti simbolici. Ormai il povero Cicerone era morto. L’obiettivo di tali gesti era quello di incutere timore e di dissuadere chiunque avesse avuto l’ardire di dissentire o criticare Antonio.

Si parla di più di colui che dissente, che di colui che è d’accordo.
Kahlil Gibran

Un altro personaggio che ha colpito molto la mia attenzione è Henry David Thoureau, filosofo, scrittore e poeta statunitense.

Nel 1849 scrisse il saggio Disobbedienza civile: ritenendo il conflitto messicano-statunitense ingiusto, decise di manifestare il proprio dissenso non pagando le tasse e accettando quindi la reclusione in carcere. Thoureau negava il potere della maggioranza, sostenendo che esistono dei limiti che la volontà popolare non può superare. Tali limiti consistono nei diritti fondamentali dell’uomo, in particolare delle minoranze.

Fino ad ora le conseguenze del dissentire non sono state molto rassicuranti.

Ma hai mai pensato alle conseguenze del permettere a qualcuno di decidere al tuo posto della tua vita, della tua istruzione, delle condizioni ambientali del posto in cui vivi, della tua salute? Decidere come vestire, cosa mangiare, con chi uscire al sabato sera, chi sposare? Ti piacerebbe annullare totalmente la tua voce interiore, quella che quotidianamente ti ricorda quali sono i passi da compiere – in tempo reale – per realizzare il tuo progetto di vita?

Dissentire, non significa fare il bastian contrario per ogni più piccola cosa. Significa sapersi ascoltare in modo attento e profondo. Significa saper intercettare i più piccoli segnali di disagio che si manifestano anche in un semplice mal di testa. Ma soprattutto vuol dire essere consapevoli e prendersi la responsabilità della propria vita.

Il primo passo per allenarsi nell’arte del dissenso è quello di non considerare normale tutto ciò che siamo abituati a fare, ad ascoltare, a mangiare, a bere, a respirare, a guardare, a frequentare…

La verità è che siamo abituati a ingoiare rospi, a caricarci di compiti e incarichi per i quali ci importa meno di niente e a svolgere qualsiasi cosa senza la benché minima passione che ci muova dentro e che venga percepita come viva da chi riceve il nostro servizio, sotto forma di lavoro o di semplice interazione dal panettiere. Questo non dipende dalle altre persone e nemmeno dal tipo di lavoro che facciamo. Ma solo da noi.

Quando scegliamo di non dissentire, spegniamo la luce che ci anima da dentro. Decidiamo di non essere più creatori attivi della nostra vita. Ci trasformiamo in tante meravigliose lampade, dai materiali pregiati e decorazioni raffinate, perfettamente fulminate. Dove non passa più energia.

Esistono milioni di modi per dissentire. Non serve sempre farlo con la violenza. La gentilezza, la gioia, la gratitudine, soprattutto in alcuni contesti lavorativi, in famiglia, con i propri figli o il proprio partner sono rivoluzioni pacifiche ed efficaci per rianimare la propria lampadina interna e quelle di coloro ai quali dedichiamo le nostre attenzioni.

Rosalba

 

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3 thoughts on “Dissentire, sinonimo di brillare

    • Ciao cara Patricia. La cosa bella delle lampade è che si possono aggiustare e decorare. E la lampadina fulminata si sostituisce. Non arrenderti a quello che puoi vedere ora: i momenti bui arrivano per darci la possibilità di rinnovarci e brillare in modo nuovo, più autentico e consapevole. Prendi coraggio dal fatto che sei viva e che tutto inevitabilmente cambia. E che tu sei la causa del tuo cambiamento. Ti abbraccio con affetto. Rosalba

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