Togliere la maschera: un augurio, un invito, un problema, una speranza, una missione.

Certo è che tutti, prima o dopo, hanno pensato che qualcuno dovesse togliere la maschera per trasformarsi finalmente in una persona autentica.

Tutti, giusto? E tu? Che mi dici delle tue maschere?

Prima di togliere la maschera, hai mai pensato che ognuna di esse possedesse un enorme potenziale per la tua crescita personale?

Cominciamo col chiarire bene i termini della questione.

Sì, perché la parola persona deriva dall’amato-odiato latino, che,  a sua volta, scaturisce dall’etrusco phersu, che significa proprio “maschera dell’attore”, “personaggio”.

Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti gli uomini e le donne solamente degli attori. Essi hanno le loro uscite e le loro entrate. Ognuno nella sua vita recita molte parti, e i suoi atti sono sette età.

Shakespeare, Come vi piace

Vengo da studi teatrali: all’università ho avuto la fortuna di incontrare esseri meravigliosamente fuori di testa come solo i teatranti sanno essere. Con loro ho percorso parte del mio cammino di crescita.

Racconto di questo personale apprendistato nel libro Vietato l’accesso, di cui puoi ricevere (se non ce l’hai già) un estratto audio gratuito, se ti iscrivi alla mia Newsletter.

Credo fermamente che certi percorsi non si interrompano mai definitivamente, quando arrivano a te con l’ardore, il coinvolgimento e la potenza con i quali il teatro ha incrociato il mio cammino.

L’eredità di quel frangente di vita lo ritrovo nella mia scrittura e nell’eco delle mie esperienze presenti.

Utilizzo dunque la metafora del teatro per chiarire il concetto di maschera nella vita.

Comincio subito col dirti una cosa assai banale, ma che potrebbe passare in secondo piano, proprio perché la si ritiene tale.

A teatro il volto dell’attore è, insieme al corpo, lo strumento per comunicare emozioni e informazioni fondamentali.

Quando non c’erano le illuminazioni spettacolari alle quali siamo abituati oggi, si trovavano mille escamotage per poter sottolineare e amplificare la gestualità del volto.

Nel teatro giapponese Kabuki, per esempio, i servitori di scena erano provvisti di lunghe canne a sostegno di piattini contenenti candele: in questo modo illuminavano il volto e parte del busto degli attori.

Un vero e proprio problema per l’attore di teatro era lo spettatore. Quest’ultimo infatti era in mille faccende affaccendato: cibo, tè, chiacchierate…

Diciamo che lo spettacolo era l’ultimo dei suoi problemi. Come catturare l’attenzione di uno spettatore cosi disattento?

L’attore giapponese inventa il mié:

La posa dell’attore nel mié equivale a qualcosa come l’arresto di una pellicola sul fotogramma in cui l’attore mostra un particolare stato di tensione

E. Barba, N.Savarese, L’arte segreta dell’attore

Questo modo di amplificare e sottolineare una tensione è entrato a far parte del modo di agire sulla scena degli attori di Kabuki, tanto che anche oggi viene utilizzato.

Cosa succede quando l’attore indossa la maschera? Verrebbe da dire che egli dimezzi le sue possibilità di efficacia.

E qui arriviamo al punto: la maschera è una sfida!

Come trasformare la staticità della maschera in qualcosa di mobile e vivo?

Con piccole oscillazioni, misuratissime, con l’inclinare la maschera in determinati modi, si sfrutta l’incidenza della luce che cambia così le ombre: e un’appropriata tensione di tutta la spina dorsale riesce a conferire alla maschera un’altra possibilità di vita, quella che la sua qualità di oggetto sembra negargli a priori.

L’arte segreta dell’attore

Esistono due modi di indossare maschere, a teatro come nella vita.

Il primo è subire la maschera, accettarla supinamente come unica realtà possibile. Rinforzarne la qualità di immutabilità con espressioni del tipo: “Sono fatto così, non posso cambiare”, oppure, ” Se uno nasce quadrato non morirà certo tondo”.

Identificarsi con la maschera, significa dimenticare che esiste un’essenza che è in relazione con la maschera proprio come la fiamma che arde dentro una meravigliosa lampada.

C’è chi sostiene che prima di manifestarci su questo pianeta, con le sembianze che hai imparato a conoscere, la tua anima abbia scelto nei minimi dettagli il gioco che avrebbe giocato, persino le maschere che avrebbe indossato.

Il secondo modo di indossare le maschere deriva proprio da questo pensiero: ogni manifestazione è utile strumento della Vita che sperimenta se stessa attraverso le vite.

E’ come negli opposti: come fai a comprendere il valore dell’abbondanza se non sperimenti la mancanza?

Come ti fai un’idea del caldo se non sai cosa è il freddo? Come fai a definire il dolce se non hai sperimentato l’amaro?

Come fai a capire quando è il momento di togliere la maschera se prima non te la sei messa?

Se te la togli senza capire che è qualcosa di posticcio e tuttavia fondamentale per crescere, sarà come togliere l’unico volto a tua disposizione.

La maschera ti permette di percorrere il sentiero della tua crescita personale in modo protetto e graduale, proprio perché è un volto provvisorio.

Essa accompagna il risveglio della tua consapevolezza fino al momento in cui deciderai di toglierla, semplicemente perché non ti servirà più.

Togliere la maschera è come disfarsi di una scala dopo averla utilizzata per salire di livello: sarebbe da matti decidere di portarsela dietro pensando possa essere ancora utile a qualcosa.

togliere-la-maschera-2Ma non si creda che la maschera significhi per l’attore dimenticarsi di avere un volto: esiste presso gli attori balinesi la consuetudine che il viso, anche sotto la maschera, conservi la sua mobilità. Anzi, se si vuole che la maschera viva, il volto deve assumere la stessa espressione della maschera, ridere piangere con lei.

L’arte segreta dell’attore

Ma come ottenere effettivamente questo risultato? Come togliere la maschera in modo consapevole e svelare il volto autentico di noi stessi?

Di seguito inserisco, al solito, alcuni consigli. Non sono gli unici, anzi, se ne hai altri, scrivili nei commenti: la crescita personale diventa qualcosa di appassionante quando permettiamo alla condivisione di costruire un background qualificante.

 

CONSIGLIO NUMERO 1

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Osservati, come se tu fossi contemporaneamente l’attore e lo spettatore del tuo dramma: uno degli aspetti che mi ha sempre affascinato del mondo teatrale è che esso, per chi lo vive in prima persona è un vero e proprio laboratorio sperimentale della vita.

L’attore mentre si prepara per la sua performance esplora il suo essere umano proprio attraverso il personaggio, la maschera e la finzione teatrale.

A questo proposito ti consiglio caldamente una lettura gradevole e solo apparentemente settoriale che trovi qui: L’arte segreta dell’attore 

 

CONSIGLIO NUMERO 2

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Dall’osservazione scaturisce un buon rapporto con la tua emotività: non serve a niente sopprimerla a favore di una razionalità dominante.

Entrambe le sfere servono a fare in modo che tu possa vivere in modo intelligente le tue emozioni senza soffocarle: viverle è sinonimo di capirle.

Quando comprendi qualcosa la vedi per quello che effettivamente è e non può farti paura!

 

CONSIGLIO NUMERO 3

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Ridi. Non sono impazzita.

Ridere aiuta a togliere le maschere in modo veloce e divertente: quando ridiamo siamo nel mondo della presenza, in compagnia del nostro bambino interiore.

 

CONSIGLIO NUMERO 4

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Da trainer di yoga della risata, ti ricordo l’importanza di praticare anche gli altri elementi della gioia che sono giocare, danzare e cantare.

Proprio come la risata, essi ti aiutano ad allinearti col tuo presente: moltiplicare tali momenti significa risvegliare la propria consapevolezza.

Togliere la maschera dunque è solo l’altra faccia di un percorso già cominciato nel momento in cui la maschera l’hai indossata. Sei tu il più bel trofeo da conquistare: prenditi il tempo giusto per gustarti questo fantastico cammino.

Aspetto tuoi commenti. Intanto ti saluto, augurandoti buon viaggio…

Ci leggiamo presto 😉

Rosalba

 

 

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