“Se ad ogni bambino di 8 anni venisse insegnata la meditazione, riusciremmo ad eliminare la violenza nel mondo entro una generazione”.

Dalai Lama

Secondo un’indagine condotta negli Stati Uniti, circa il 72% dei bambini presi in esame avrebbe dei comportamenti negativi legati proprio allo stress.

Anche in Italia il fenomeno è in crescente aumento e le cause sono varie: pressioni scolastiche, impegni extra, bullismo e mancanza di un vero e proprio rapporto con i genitori.

I nostri bambini si trovano sempre più spesso a condurre giornate sovraccariche di impegni e responsabilità: trascorrono il loro tempo tra studio e attività varie, passano molto tempo connessi a internet a scapito dei giochi all’aria aperta; a causa della quantità di impegni e di stress che ne consegue anche la qualità e quantità di sonno ne risente.

Dal canto loro i genitori, inseriti nel loro turbine di impegni e preoccupazioni, hanno sempre meno tempo e disponibilità mentale ed emotiva da dedicare al futuro dell’umanità che cresce.

Non è così assurdo che lo stress colpisca anche i piccolissimi se si pensa che esso non è altro che una conseguenza delle esigenze poste su di noi e varia in base alla nostra capacità di soddisfarle.

Tali richieste hanno un’origine esterne: famiglia, lavoro, scuola, amici; oppure possono essere di natura endogena e avere origine dal conflitto che si genera tra le difficoltà di ciò che siamo chiamati a fare, rispetto a ciò che pensiamo di essere realisticamente in grado di fare.

Se da un lato lo stress può rivelarsi un ottimo alleato per fornirci lo slancio necessario per affrontare con energia e concentrazione le sfide, dall’altro l’eccesso di stress ottiene l’effetto opposto, paralizzando le nostre capacità di risolvere problemi.

E’ sempre più evidente dunque che lo stresso possa colpire chiunque e non fanno eccezione i piccolissimi.

Crescere è una delle “sfide” più impegnative che siamo chiamati ad affrontare nel corso della nostra vita.

E’ inoltre un processo che non si limita ai primi anni di vita. Si cresce in ogni frangente. Ma è vero che risulta essere fondamentale il modo in cui di volta in volta superiamo le singole sfide, gli strumenti che via via acquisiamo e la consapevolezza con la quale siamo in grado di destreggiarci non solo negli affari esterni, ma anche in tutto quell’iceberg sommerso che ha a che fare con le nostre emozioni.

Senza ombra di dubbio il tempo è una grande fonte di stress, quando viene percepito come mancanza.

Il tempo, come tutti sappiamo, è un concetto relativo: esso passa più o meno veloce, più o meno piacevole, a seconda del nostro stato interiore.

Avere tutto il tempo della nostra giornata programmato, per quanto possa rivelare aspetti gradevoli, può, a lungo andare, essere fonte di forte stress.

Penso alla vita di molti bambini, tra scuola, corso di musica, corso di inglese, sport, pittura, danza: non hanno spazio da dedicare ad una grande alleata, la noia.

Abbiamo il terrore che i nostri figli possano annoiarsi. Lo dico per esperienza: è come se temessimo che possano “perdere tempo”.

In realtà, sovraccaricandoli di impegni  responsabilità, stiamo solo aumentando le loro insicurezze e li alleniamo a non saper gestiste una delle risorse più preziose a loro disposizione.

Il tempo è vita. Il tempo è denaro. Il tempo è felicità.

Quando sei consapevole di queste forti interconnessioni, capisci anche che, prima impari a capire come gestire il tuo tempo e prima sarai pienamente soddisfatto anche negli altri ambiti.

Saper gestire il proprio tempo significa sapere cosa effettivamente ha volare nella propria vita.

E il valore, checché vogliano dire, non è qualcosa di assoluto e uguale per tutti.

Si impara a capire cosa è importante per sé quando si mette a tacere il baccano generale. Quando si ritrova il tempo vuoto da dedicare alla possibilità di creare il nuovo, assecondando le proprie visioni.

Da mamma osservo spesso il mondo dei coetanei di mia figlia e auto analizzo il mio atteggiamento nella quotidianità.

Noto la tendenza, in alcuni casi, a programmare le giornate dei bambini, stabilendone priorità in base alla visione del mondo che ne abbiamo noi genitori.

Tale visione è molto parziale e limitata alla nostra esperienza, spesso già corrotta da eventi e abitudini non del tutto utili.

In questo modo non facciamo che riproporre un vecchio modo di pensare, solo per paura di non offrire a nostro figlio gli strumenti, le conoscenze, il nutrimento idonei ad affrontare il futuro in autonomia.

Non critico le intenzioni…a dire la verità non critico affatto: ognuno a proprie spese, scopre quanto complicato sia il mestiere di genitore.

Domande, dubbi e fallimenti sono una costante nell’esperienza genitoriale. Spesso mi ritrovo a meditare su un intuizione: non sarà più saggio lasciarsi condurre dalla vita di cui siamo chiamati a prenderci cura, piuttosto che rifarci al vecchio, a ciò che è stato, a ciò che hanno fatto altri prima di noi?

La guida di un genitore non è forse il figlio stesso che con le novità e l’energia della gioventù è in grado di portare l’esperienza di Vita avanti?

Come realizzare nella pratica questo? Ricordandoci, di tanto in tanto, che non siamo il ruolo che di volta in volta siamo chiamati a ricoprire, ma molto, molto di più.

La lanterna, senza la luce che la alimenta e le dà un perché, è soltanto un oggetto senza utilità e quindi senza vita alcuna.

Sì è vero, siamo genitori e questo alle volte mette una gran paura e un gran senso di responsabilità. Ma siamo anche figli e lavoratori e studenti, mogli, mariti, amanti, amici, colleghi, consumatori, ecc.

Questa miriade di se stessi suggerisce una semplice verità: la nostra unità e integrità non la possiamo ritrovare se ci disperdiamo nella moltitudine delle esperienze che siamo chiamati a fare.

Non è la lampada che diffonde luce, ma è attraverso di essa che la luce si diffonde.

Hai mai osservato un bambino che si annoia? Io lo faccio spesso con mia figlia: superato il momento di sconforto e indolenza iniziale, si riconnette a quella fiamma interiore e comincia ad illuminarsi nelle attività a cui si dedica.

E’ un procedere molto simile alla ricerca, allo studio, quello che appassiona: comincia da un indizio e poi si lascia guidare dalla curiosità, dall’interesse, dall’imprevisto.

Può partire da una favola, da una storia letta poco prima sui libri di studio: a colpirla forse è stato un dettaglio, un’emozione, una paura profonda e ancora non ammessa; un colore, un modo di rappresentare il volto umano, una domanda,un dubbio…

Da uno qualsiasi di questi punti di inizio prende il via la sua ricerca, simile a un viaggio fantastico alla scoperta di sé.

La cosa bella è che avviene in totale spontaneità, semplicemente dando fiducia alla sua capacità di annoiarsi, resistendo alla necessità di riempire quel vuoto.

Mi imbatto spesso in notizie molto interessanti, dove si parla degli effetti miracolosi dovuti all’introduzione della meditazione nelle scuole.

La meditazione allena chi pratica a prendere consapevolezza di quel vuoto, senza sentire la necessità di riempirlo di roba inutile.

Grazie alla meditazione impariamo a svuotare il tempo della necessità malata di riempirlo di qualcosa.

Insegnare ad un bambino a meditare significa aiutarlo a prendersi del tempo dal mondo e concentrarsi sul proprio corpo e la propria mente.

Entrando nella propria interiorità, il bambino può essere se stesso e capire realmente chi è e ciò che sente, indipendentemente dalla miriade di stimoli esterni.

La meditazione può aiutare i bambini a risolvere molti problemi che preoccupano i genitori: iperattività, comportamenti aggressivi, mancanza di concentrazione.

Avere a disposizione del tempo per meditare, significa creare uno spazio creativo nel quale il bambino impara a gestire le proprie emozioni e sensazioni.

In questo modo il piccolo praticante può ottenere emozioni stabili, imparare a comprendere l’altro, sviluppare la sensibilità e ridurre la sensazione di paura e di ansia, aumentando la propria tolleranza nei riguardi delle emozioni negative.

I bambini oggi sono spesso sovraccarichi di responsabilità e impegni e si pretende da loro efficienza nelle prestazioni ed eccellenza nei risultati. Tutto questo produce stress negli adulti, figuriamoci nei giovani.

Insegnare al bambino a recuperare il proprio spazio-tempo creativo, attraverso la meditazione, per un genitore, può voler significare imparare lui stesso, in compagnia del proprio figlio, a prendersi cura di sé.

E questo ha un milione di meravigliose conseguenze sia nelle vite singole, che nella relazione che si instaura con i propri figli.

Come sai sono un’appassionata studiosa, praticante e ricercatrice in ambito meditativo. E sono una mamma che ha a cuore la crescita sana ed equilibrata della propria figlia.

E’ proprio per questo che desidero farti un piccolo regalo, allegando una meditazione che potrai facilmente condividere con i tuoi figli. E se pensi che questo articolo e la meditazione possano essere utili ai tuoi amici puoi condividere con loro questo articolo.

“Dici: è faticoso frequentare i bambini. Hai ragione. Aggiungi: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, scendere, piegarsi, farsi piccoli.
Ti sbagli. Non è questo l’aspetto più faticoso. E’ piuttosto il fatto di essere costretti a elevarsi fino all’altezza dei loro sentimenti.
Di stiracchiarsi, allungarsi, sollevarsi sulle punte dei piedi. Per non ferirli”

Janus Korczak

Insegnare al bambino a meditare significa aiutarlo ad addestrare la sua mente all’attenzione consapevole e permettergli di condurre in ogni istante una vita piena, felice, in totale presenza della fiamma che alimenta tutte le illuminazioni della sua vita.

 

Rosalba De Amicis

 

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