Vietato l’accesso – IL LIBRO

 

 

 

PREMESSA

 Il filo magico

 Subito dopo il terremoto del 6 aprile 2009 a L’Aquila, i palazzi, le abitazioni, le scuole, gli ospedali, sono stati categorizzati secondo il grado di inagibilità. Dalla A alla F, dove A si riferiva a quelle strutture che avevano subito lievi danni, mentre la F si riferiva a danni molto gravi. Il centro storico era stato definito Zona Rossa.

Negli anni successivi al terremoto – ancora adesso in molte zone  – passeggiando per le strade del centro città, a colpirmi è la gabbia di metallo che sorregge e ricopre i palazzi storici; camminando lungo il corso principale che dalla Fontana Luminosa arriva ai Quattro Cantoni e prosegue verso Piazza Duomo, dalle vetrine esplose dei negozi, dai portoni rimasti aperti, esce ancora l’odore polveroso e gelido del non abitato: sembra che quegli antri alitino solitudine.

Un dettaglio che più di tutti mi colpì, sin dalla prima volta che tornai in centro, fu trovare il cartello Vietato l’accesso in quelle zone della città, piazze, strade, palazzi, che avevo percorso centinaia di volte, senza nessuna proibizione, fino a poco tempo prima e che ora erano ritenuti pericolosi. Impazzivo, come di fronte a un paradosso: era vietato l’accesso a me, che conoscevo quei posti meglio delle mie tasche? Mi rendevo conto che lo scopo di quel divieto fosse la salvaguardia della vita umana. Ma il fatto di non poter compiere quelle azioni, rese scontate dalla frequentazione quotidiana, mi portò a rivisitare le mie abitudini perdute, con uno sguardo differente. Proprio perché mi era vietato l’accesso, emergeva un valore inestimabile.

In questi anni ho ripercorso centinaia di volte con la mente e con il cuore, quei ricordi, quelle strade così come erano prima del disastro; ho frequentato le lezioni all’università, ho riascoltato parole e silenzi, ho abbracciato persone che non ci sono più.

Di anno in anno mi rendo conto dei passi in avanti che si fanno nella ricostruzione di quei luoghi. Dentro di me una grande gioia, ma anche un’immensa malinconia: mancherà quel filo sottile che li ha attraversati. A questo pensiero è seguita la necessità di ricostruire la testimonianza di quel filo magico e molto spontaneamente ho cominciato a farlo nel modo che amo di più: scrivendo.

Non mi piace indugiare sul passato, soprattutto se questo mi procura dolore. Ma il passato che cominciai a raccontare per iscritto, subito dopo il disastro del 6 aprile, non era triste. Piuttosto era un passato che era diventato tale troppo violentemente, senza dare il giusto tempo per essere metabolizzato, raccolto, conservato, preservato e infine, lasciato andare.

A mano a mano che le pagine si susseguivano sentivo che qualcosa dentro di me si rimetteva in ordine e trovava sollievo.

Regalai lo scritto a pochi intimi e fu apprezzato. Le persone che lo lessero mi invitarono ad ampliarlo per pubblicarlo.

Ho scritto tante versioni di questa storia. Qualcuna vide persino la pubblicazione, per pochi mesi, prima di essere ritirata dal mercato. Ma questa è un’altra storia, che forse un giorno racconterò.

Odiai queste pagine al punto da volerle dimenticare. Periodicamente tornavano a darmi il tormento, come un essere vivente a cui sia stata data la vita, senza provvedere – con le cure e l’amore necessari – alla sua autonomia.

Puntualmente tornavo a lavorarci e tutte le volte mi immobilizzavo di fronte le fatidiche domande: perché dovrebbe essere letto? Qual è la necessità di questo libro? Per chi lo stai scrivendo?

Non riuscendo a dare risposte che mi permettessero di superare quel momento di crisi, abbandonavo il lavoro, proseguendo con la mia vita, attendendo il momento in cui questa creatura si sarebbe fatta sentire di nuovo.

Oggi so a quale pubblico vuole parlare questo libro: a coloro che c’erano una volta…e ci sono ancora, ma anche a tutti coloro che non c’erano, perché lontani nel tempo e nello spazio.

Gli spettacoli, le lezioni, le persone che animano un certo tipo di teatro, sono raccontati nelle pagine successive con gli occhi della mia ingenuità, di chi del teatro conosceva – e conosce! – ben poco. A distanza di anni riconosco quello sguardo tutte le volte che lo vedo all’esterno, me lo sento addosso quando percepisco quell’innamoramento per la vita che ti pone al di sopra delle situazioni e ti permette di agire nell’unico tempo dove puoi effettivamente apportare un qualche cambiamento: il presente.

Ho sempre avuto l’ossessione per i ponti. Questa mania si è accentuata molto durante gli anni universitari, quando i ponti assumevano sembianze e valenze diverse a seconda del tipo di teatro che studiavo.

Al di là delle singole sfumature, un ponte è una tensione, tra due estremi ben precisi. Un salto nel vuoto. Poco importa che sia di pietra, di legno, di fune o proiettato con l’immaginazione perché non ancora esistente.

Un ponte è una zona neutrale, una linea di confine, un luogo di passaggio, il simbolo di un viaggio e di un cambiamento di stato.

C’è un’immagine, nel teatro tradizionale giapponese , che ho sempre trovato molto suggestiva: a sinistra del palcoscenico di questo teatro c’è l’hashigakari, il ponte di passaggio dal mondo dell’aldilà al mondo terrestre, che permette all’attore di arrivare sul palcoscenico e di interpretare alcune scene.

Il ponte è testimone di un incontro avvenuto tra due estremi in un momento storico affidato alla memoria di pochi. Ciò che tutti possono vedere di quell’incontro avvenuto, è questo salto nel vuoto, fissato sulla struttura stessa del ponte.

Il viaggio prevede una partenza e poi un ritorno a casa. I ritorni a casa sono quelli che ti permettono di compiere il salto dimensionale, la tua personale evoluzione. Quanti più ritorni a casa compi nel corso della tua vita, tanto più la tua coscienza va in profondità e ti accorgi che quel continuo viaggiare avanti e indietro non è altro che una serie di tentativi per avvicinarti di più a te stesso.

Per molti anni il mio ponte è stato il teatro: mi piaceva come riusciva a ricondurmi a casa. Anche la storia che narra questo libro è un ponte che ho percorso in lungo e in largo diverse volte. In alcuni frangenti mi sono fermata a metà strada, sospesa tra due mondi, in totale contemplazione.

È stato allora che ho capito che l’immagine del ponte celava quella del maestro: un maestro silenzioso e presente, che non giudica, ma ti permette di fare esperienza, rispettando i tuoi tempi di percorrenza.

Come tutti i ponti, anche la storia narrata in queste pagine conosce la strada di casa, che finalmente mi sono decisa a percorrere.

R.D.A.

[tratta dal libro, Rosalba De Amicis, Vietato l’accesso, youcanprint, Tricase (LE), 2017]

 

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Certe cose resistono ai terremoti, al tempo, alla polvere, alle invidie e ai dolori insopportabili, perfino al desiderio impellente di essere dimenticate.
Aspettano docili, sul fondo di un cassetto, dentro un quaderno pieno di storie.
Pazienti perché conoscono il loro valore.

Rosalba De Amicis

 

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